venerdì 27 febbraio 2009

che parlo a fare

un periodo che non riesco proprio a parlare sarà per gli avvilimenti sarà per le mancanze sarà per il sonno non riesco ad elaburare un discorso di senso compiuto è grave se mi mancano tanti altri anni di vita ho notato che è ciclica questa illoquacità mon ne capisco però la fonte conoscessila l'affrontassi appena parlo un alone di sufficienza si trasmette e pervade tutti come se non volessi parlare e infatti non voglio parlare perché non ne trovo utilità non devo dare a mostrare a nessuno non voglio arricchire se non mi arricchisco e quando poi non vengo capito posso mai sprecarmi di più posso mai pensare che qualcuno si sforzi allora mi conviene assumere la sufficienza come difesa dimodoché chiunque si scocci e non mi dia più fastidio la prossima volta parlerò se non mi scoccerò o mi inventerò un buon motivo buon motivo perché non stupido buon motivo per loquare

mercoledì 25 febbraio 2009

Quis tulerit Gracchos de seditione querentes?

E direi "quicumque", stupidi Romani.
"Chi avrebbe potuto sopportare i Gracchi quando si lamentavano di una sedizione?"
È pur sempre una sedizione, e il consiglio va preso.
Se un fumato ci dice: "Non fumare, fa male.", perché mai non dovremmo far tesoro del suo consiglio?
Il fumo fa comunque, sommandone gli effetti positivi e negativi, male, in particolar modo la sigaretta. Per la salute e per il portafogli, e cioè due volte per la salute se si scorge verso cosa va incontro [1][2] il nostro sistema sanitario [cfr. dichiarazioni del deputato silvano di Milano]... e questo capita sia se il consiglio ce lo fa un fumato o un non-fumato.
Quanto ci piace fare i moralisti. Quanto ci piace mettere alla mercé di tutti i difetti altrui, invece di far frutto di un consiglio di una persona che voleva recarci un vantaggio data la sua fatta esperienza...
Ah, tali moralisti!

giovedì 19 febbraio 2009

Gheofi

Zobbe ghi quizdo ì cuillo te bzegaraceo i racalonimda, er vozgezdo ho um bradami te iziguseami orri baldi i buae lezarfili zala tara nize te ogqui gormi. ZDA PIMI. ALO QUIZDA EMDILIZZO. GOMGIRRO GAMFILZOSEAME NZM.

mercoledì 18 febbraio 2009

...dal Soave lemures

"Ciao oh omo dal capello vaporoso e mellifluo
e dalla barba triangolare
che dà al tuo capite una forma vagamente di lapla
ove per lapla intendo una delta maiuscola rovesciata.

Lessi con rinnovato interesse il tuo blog psichedelico
e fui colpito dalla postilla di una donzella
dalle cui favelle arguisco che abbia un rapporto sentimentale con lei
e mi venne il cruccio di arrovellarmi sul perchè
ogni volta che il fato ci fa incrociare in quel luogo
ricettacolo di tarzanelli quale è la piazzetta a Nuvla
io la incontri sempre privo di compagnia femminile.

Vuol rispondere gentilmente alla mia dimandazione?"

lunedì 16 febbraio 2009

Pro deus!

L'unico indizio che mi porti a pensare a qualche dio sei te. Peccato sia solo un indizio, non una prova.
Mi spiace rilegarti ad un'opera del caso, ma si può dire che questa volta ha lavorato perfettamente. Con squadra e compasso.

domenica 15 febbraio 2009

La puttana e il buon vinello

Mi spiace di non tenere il tempo per pensare. E al tempo faccio pensiero che la mia pretesa di autoreferenzialità rifugge dalle visite... Col tempo mi rendo conto che la miriade di cose - che, seppur termine generico, fìa l'idea -, circolanti sul web non mi fanno sentir men solo.
Forse accade l'inverso: fossimo stati due o tre a loquarci periodicamente, mah, perdìo, sarebbe stato meglio. Molto più visibili e men inosservabili. E invece, la moltitudine... Un senso strano mi combatte, se rifuggirla attivamente o passivamente accettarla: bene, me n'andrò da solo ramingo per desolati TCP\IP e cangianti http://... ma poi, chi si ricorderà?! Un problema me pòstomi. Fùroreròicamènte distillarmi dal marcio mi farà sì vin pregiato, e se non pregiato, almen unico. Fatt'è che nella cantina si beve il vino in botte, quello che, soluto in se stesso - l'accento su se non ce vo', me l'ha detto la Crusca l'altroieri - quello che soluto in se stesso si fa assaggiare dai più. Quindi sarei né più né meno che una meretrice d'alto borgo, e il resto son tutte prostitute di Via del Campo. Ma quanto si lavora se tutti i clienti van dalla puttana di quartiere, che fa un prezzo modico ed egual piacere, mentr'invece l'etèrea quivi presente sdegna ogni sguardo d'un passante al passaggio? Meno impreziosirsi, dunque...
Il blog abbandona la sua pretesa d'autoproduzione, giacché nient'è nuovo sotto il sole cocènte e tutto è rubato al passato, la pretesa d'autoreferenzialità, poiché le cose autoreferenziali me le leggerò pe'mmé, ché n'interessan'a'nnessuno, e la pretesa d'autarchia, ché tutt'è coercitivamente assimilato, fatto proprio, poi rielabolato: lo stesso dono precedente, ma ha un pacchetto smerigliato, e il fiocchetto cromato!

lunedì 9 febbraio 2009

Stele




BARONI, PADRONI,


POTENTI, ASPIRANTI DIRIGENTI,

TOPI DI SEZIONE, OSCURI BUROCRATI,

GENTE CON LA LINEA IN TASCA,

FORSE TRA QUALCHE GIORNO CE NE ANDREMO E PROVERETE A DIMENTICARE
TORNANDO CON:

BACHECE, CIRCOLARI, PROCESSO DEMOCRATICO,

GIORNALI, REGISTRI, LIBRI MASTRI,

ORPELLI, SPECCHIETTI, PROPOSTE IN POSITIVO,

AZIONI COSTRUTTIVE, DELEGATI E MOZIONI

(MA NON ROMPETE I COGLIONI).

DIRETE: ERA UN FUOCO DI PAGLIA,

UN'OSCURA MARMAGLIA SENZA PROPOSIZIONI

(MA NON ROMPETE I COGLIONI).

MA TUTTO QUESTO NON È STATO INVANO,

NOI NON DIMENTICHIAMO...

PER IL VOSTRO POTERE FONDATO SULLA MERDA,

PER IL VOSTRO SQUALLORE,

ODIOSO, SPORCO E BRUTTO...

domenica 8 febbraio 2009

Vi dispiace se non fumo?


I morti parlano pure quando non interpellati, e in assenza di interlocutore si organizzano di conseguenza...
M: -Vi dispiace se non fumo?-
Accende il sigaro.
G: -Passo per un originale, un maniaco, un pazzo, evidentemente la reputazione è ben meritata perché, ovunque vada, attiro a me gli originali, i maniaci e i pazzi.-
Cioé quelli che lo cingono di compagnia, all'interno dell'immaginazione di un malemerito pazzo, demente, scemo, solo.
M: -Come ci si può divertire in una festa in cui le birre sono calde e le donne sono fredde?-
E: -Quel malemerito pazzo mi ha invitato ad un convegno con Gandhi, il più grande genio politico del nostro tempo, ci ha indicato la strada da percorrere. Dovremmo sforzarci di fare le cose allo stesso modo: non utilizzando la violenza per combattere per la nostra causa, ma non-partecipando a qualcosa che crediamo sia sbagliato!-
G: -Non-partecipazione: ciò che servirebbe alla guerra... Daresti a questo pazzo un compenso dieci volte maggiore per quello che ti offre, Sig. Einstein?-
E: -Lei mi onora, e io la onorerò 10 volte tanto.-
G: -Formalità. Col "tu" siamo tutti uguali-
E: -...e mi sono sentito veramente provato all'annunciazione di un incontro con Marx, di cui apprezzo la dottrina economica a protezione dei più deboli. Cosa ritrovo?-
M: -Mandatemi subito due mezzi whisky doppi.-
E: -Un comico del nonsense e della sarabanda anarchica!-
M: -Questi sono i miei princìpi, e se non ti piacciono... beh, ne ho altri!-
G: -Suvvia, Sig. Einstein, Groucho sbeffeggia sfrontatamente la professione medica, legale, militare, il mass media, l'alta società, praticamente tutti i bastioni del potere, e fa ridere.-
M: -Proprio ciò che stavo per dire prima che mi venisse l'intezione.-
E: -Io poco ho da perdere. Ho un'eternità ripetitivamente circolare per mettere a tacere quel simpatico Bohr e la sua meccanica quantistica... Dio non gioca a dadi con l'universo!-
M: -Piantala di dire a Dio che cosa fare con i suoi dadi! Non solo Dio gioca a dadi, ma li getta laddove non possiamo vederli.
E: -Discepolo di Feynman?-
M: -Sono fatto così, voglio sempre capire! Il Sig. Feynman mi ha detto che queste regole sono semplicissime, le capirebbe un bambino di quattro anni e un minimo di coscienza! Gli ho chiesto di trovare un bambino di 4 anni e un minimo di coscienza, perché io non ci capisco niente!
G: -Dio è coscienza. È persino l'ateismo dell'ateo.-
M: -Dal momento in cui ho preso in mano la Bibbia, fino a quando non l'ho rimessa a posto non ho mai smesso di ridere. Un giorno ho intenzione di leggerla.-
E: -Groucho, il Mahatma intendeva un altro Dio, convinzione profondamente emotiva della presenza di una razionalità suprema che si rivela nell'universo incomprensibile, una umile ammirazione dello spirito superiore e infinito il quale si rivela nei dettagli minuti che riusciamo a percepire con le nostre menti fragili e deboli.-
M: -Einstein, parla di Dio così spesso che mi viene il sospetto che tu sia un teologo clandestino...-
E: -È difficile spiegare questo sentimento a qualcuno che ne è completamente privo, specialmente se non esiste nessuna raffigurazione antropomorfica che possa corrispondere. Gli individui percepiscono la futilità dei desideri umani e gli scopi e al contrario non viene percepito il meraviglioso ordine che sta alla base della natura. L'esistenza di ognuno di noi viene percepita come una specie di prigione e ricerchiamo un'esperienza dell'universo come un singolo significante tutto. I geni religiosi di tutte le epoche si sono distinti per questo tipo di sentimento religioso, che non concepisce né dogma né Dio a immagine dell'uomo; e così non ci possono essere chiese i cui principali insegnamenti siano basati su questi principi.-
M: -Vede, abbiamo una cosa in comune: acclamano me e lei perché non ci capisce nessuno, acclamano Ghandi perché lo capiscono tutti.-
E: -Credo nel Dio di Bruno, di Spinoza... si rivela nell'armonia di tutto ciò che esiste!... Ma non in un Dio che si occupa del destino e delle azioni degli esseri umani.-
G: -...non in chi diceva l'uomo "essere superiore". La supremazia dell'uomo sugli animali inferiori non implicava che i primi dovessero cacciare i secondi, ma che i più progrediti dovessero proteggere gli inferiori, e che ci dovesse essere assistenza reciproca fra loro come c'era fra uomo e uomo.-
E: -Certo, Mahatma! Diventare vegetariano per ragioni etiche, oltre che salutistiche: niente beneficerà la salute umana ed aumenterà le possibilità di sopravvivere sulla Terra quanto l'evoluzione verso una dieta vegetariana.-
M: -Esatto, mai più animali! Solo carne!-
G: -La carne non è un alimento adatto all'essere umano. Il nostro errore è di comportarci come gli animali inferiori, pensando di essere superiori.-
E: -Lei è noioso, Mr Groucho.-
M: -Non più noioso di quando sono da solo: non faccio ridere a nessuno.-
G: -È il suo modo per restituire gioia al prossimo, Einstein. Acquistiamo il diritto di criticare una persona solo quando siamo riusciti a convincerla del nostro affetto e della lealtà del nostro giudizio, e quando siamo sicuri di non rimanere assolutamente irritati se il nostro giudizio non viene accettato o rispettato. In altre parole, per poter criticare, si dovrebbe avere un'amorevole capacità, una chiara intuizione e un'assoluta tolleranza.-
E: -Mi dicono che mi è difficile l'amorevole capacità.-
M: -Il matrimonio è la causa prima del divorzio!-
E: -Gradirei, Mr Groucho, di non toccare tasti dolenti della mia vita familiare.-
M: -Posso sembrare un idiota e parlare come un idiota, ma non devi stupirti: sono realmente un idiota.-
G: -Albert, questo fastidioso uomo è uno dei più grandi sostenitori della pratica della non-violenza.-
M: -L'intelligenza militare è una contraddizione in termini.-
G: -E per molti aspetti vi direi similmente rivoluzionari.-
E: -Due continuatori nel caos della realtà? Io nella fisica, senza averne intenzione, e lui nei caffé?-
G: -Il mondo ha bisogno di irriverente non-violenza. Bisogna mandare messaggi tramite altre forme. Se solo la radio, la televisione, avessero la volontà di farlo...-
M: -Uno spot ad un ente di telefonia italiano?-
G: -Un messaggio universale di pace, che sia capace non di convertire tutti all'amore per il prossimo. Ogni legge detti amore!-
E: -Auspicai anche io un governo globale tempo fa, in vista di una Quarta Guerra Mondiale a suon di sassi e bastoni...-
G: -I tempi sono maturi. Gridate la pace in faccia alla violenza e fatene un passaparola che giri il mondo. Predicate!-
M: -Se qualcuno ci scrive vorrà dire che ci ha sentito, è un gran passo! Propongo un brindisi: garçon, tre terzi whisky tripli, si festeggia!-
Un uomo austero, dal baffo quadrato, fare germanico, porta i tre whisky. Cala l'ennesimo sipario.

sabato 7 febbraio 2009

Il papa è pro-AIDS




I metodi naturali di contraccezione non prevengono dalle malattie sessualmente trasmissibili (MTS), il preservativo sì. La procreazione non avviene lo stesso.
Il papa è contro il preservativo, ma promuove i metodi naturali, o addirittura l'astinenza.
Gli uomini avvertono l'istinto sessuale, e in qualche modo devono appagarlo. Non lo appagano con l'astinenza, né possono commettere atti impuri quali l'autoerotismo.
Indipercui fanno sesso, non a scopo generativo.
Utilizzano metodi di contraccezione, e se sono kattolici romani utilizzano i metodi naturali, che non prevengono dalle MTS e quindi si infettano.


Il papa è anti-preservativo, indipercui è pro-AIDS.


La percentuale di incidenza dell'AIDS e di altre malattie veneree in Europa occidentale quintuplica in paesi ferventi cattolici, e dove per questa dottrina religiosa non c'è nemmeno informazione o cultura del sesso. Quintuplica in Italia, in Spagna, in Irlanda. Mannaggia al killer-papa.

giovedì 5 febbraio 2009

Che questo aforisma vi accompagni per la vita!


"Chi scrive aforismi non vuole essere letto ma imparato a memoria."


(Friedrich Nietzsche)

...Nietzsche è il primo che li scrive! o.O

Quello che non ho è quel che non mi manca!

Ovvero: l'aver da invidiare poeti non significa non essere tali.

Ebbene, il rispettabilissimo signor Gian Luigi Beccaria ritiene che "De André ci ha dato sì testi memorabili, però non sono, alla sola lettura, più grandi di quelli di Saba, di Montale o di Sereni. Soltanto con la musica e il canto raggiungono la loro alta efficacia. Al punto che, anche le più logore parole, le stesse conclusive della famosa "Canzone di Marinella" sono riscattate e trasfigurate dalla voce che le canta".
Muoverò critiche parallele al Beccaria.
1)Per quanto io odii nel profondo le classificazioni, esse sono necessarie per la nostra attuale cultura, ramificata, cioé che si sviluppa verso l'alto di fusto in ramo in arbusto. Una schematizzazione che si basi sul superamento in particolari proprietà le produzioni precedenti non è quella adottata per tutti i poeti, altrimenti avremmo paradossalmente un poeta, il migliore, che occupi tutti i testi di poesia. Il resto dei componimenti saranno accantonati e considerati mere composizioni in versi...
Il principio di autorità, che ci intimoriva nell'esercitare il potere della ragione, è stato superato da Cartesio e da Hobbes nella filosofia, e dalla riforma protestante nella teologia, ed è stato definitivamente abbandonato dai due movimenti a cui dobbiamo rendere omaggio per aver distrutto l'Ipse dixit che ci pendeva addosso come spada di Damocle, Rinascimento e Illuminismo. "Ma De André non è Montale" diventa, con un arguto gioco di parole, "Ma Montale non è D'Annunzio", oppure di peggio, "Ma nessuno è Dante", e volendo esulare dalla nostra lingua, "Chi mai meglio di Omero?", che tra l'altro non pochi lo ritengono un personaggio inventato. Reputo non saggio affidare tutta la definizione - o meglio - la "definizzazione" di poesia ad una singola persona, probabilmente fittizia.
2)Raggiungere la più alta efficacia non significa non averne affatto alla sola lettura. L'esempio del Beccaria non è dei migliori, ma ciò denota una scarsa conoscenza del cantautore. "La canzone di Marinella" sembra una fiaba in confronto al “Cantico dei drogati”, a “Dolcenera”, a “Coda di lupo” o “Amico fragile”: canzoni ricche di pathos poetico anche se esclusivamente recitate come la più comune, e sublime, poesia. Gli arrangiamenti musicali nelle produzioni di Fabrizio De André danno spessore alla poetica, e alcuni versi possono essere adatti, o adattati, anche alla sola recitazione, né cantati, né suonati. Sarebbe un po' come censurarli, è vero, ma molte cose sui testi di De André si capiscono anche leggendoli nel silenzio, rileggendoli, quasi parafrasandoli, e domunentandosi, e questo è il trattamento che si riserva alle poesie. Chi mai penserebbe che Marinella [de "La Canzone di Marinella"], è un personaggio storico, e non fittizio, una ragazza delle parti di Asti che a sedici anni ha perduto i genitori, è stata cacciata dagli zii e si è messa a battere lungo le sponde del Tanaro, e un giorno ha trovato uno che le ha portato via la borsetta dal braccio e l'ha buttata, non prima di massacrarla, e poi di violentarla, nel fiume? E Fabrizio De André, con sensibilità poetica, non potendo fare niente per restutuirle la vita, ha cercato di cambiarle la morte.
3)E per chi non crede finché non sente, vi farò leggere i versi del "Cantico dei drogati", una delle canzoni più emblematiche di tutta la produzione deandreiana, una delle storie di emarginati, ribelli, prostitute, persone insomma ai margini della società, uno degli elogi ai vinti con cui Faber si è sempre schierato in quarant'anni di carriera musicale.


Ho licenziato Dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell'anima e nel cuore.

Le parole che dico
non han più forma né accento
si trasformano i suoni
in un sordo lamento.

Mentre fra gli altri nudi
io striscio verso un fuoco
che illumina i fantasmi
di questo osceno giuoco.

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Chi mi riparlerà
di domani luminosi
dove i muti canteranno
e taceranno i noiosi

quando riascolterò
il vento tra le foglie
sussurrare i silenzi
che la sera raccoglie.

Io che non vedo più
che folletti di vetro
che mi spiano davanti
che mi ridono dietro.

Come potrò dire la mia madre che ho paura?

Perché non hanno fatto
delle grandi pattumiere
per i giorni già usati
per queste ed altre sere.

E chi, chi sarà mai
il buttafuori del sole
chi lo spinge ogni giorno
sulla scena alle prime ore.

E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Quando scadrà l'affitto
di questo corpo idiota
allora avrò il mio premio
come una buona nota.

Mi citeran di monito
a chi crede sia bello
giocherellare a palla
con il proprio cervello.

Cercando di lanciarlo
oltre il confine stabilito
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell'infinito.

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Tu che m'ascolti insegnami
un alfabeto che sia
differente da quello
della mia vigliaccheria!

mercoledì 4 febbraio 2009

Cui Prodest?


Cosa ho trovato! HAhaHA! Come mi diverto!


Stamattina, 26 novembre 2008, l'ennesima mortificazione e conferma della mancanza di misura dei docenti. Ben 30 secondi scanditi dall'azione, infantile, di qualche studente birbante, esasperato dal continuo sedere e dal continuo nozionistico assorbire, durante il cambio d'ora. Che a 18 anni si sia irrequieti, è giustificabile. Che si esageri, no. Non perché non si segua la disciplina, bensì perché si possa disturbare lo studio altrui. La scuola, infatti, è adibita allo studio, né dunque al gioco, come direbbero pedagoghi (e non pedagogisti), né alla verifica, come tal altri sostengono. L'esagerazione c'è stata, ma nell'ambito delle esagerazioni è stata di lieve, se non minima, entità. Sembra un ossimoro, tale "lieve esagerazione", ma riflettere su cosa si consideri esagerazione è d'aiuto: "esagerazione" è andare fuori dallo schema prefissato. Ex(fuori)-agito(agire), agisco fuori dal buonsenso. Non è specificato se fuori "nei pressi", né se fuori "agli estremi antipodi"... "La disciplina è affidata all'autocontrollo degli studenti e alla responsabile vigilanza dei docenti" [Regolamento d'istituto]. Dunque i docenti hanno il dovere di richiamare gli studenti qualora l'autocontrollo venga meno. S'è fatto, chapeau. Ma la misura? La reazione deve essere proporzionale all'infrazione. Un po' come avviene in diritto: ad entità di delitti differenti si associano pene differenti (e questo l'uomo l'asserisce dai Babilonesi a Bobbio). In ambito scolastico, quindi didattico, dove s'impara, la procedura è un tantino diversa: c'è prima l'avvertimento, poi la sanzione nel caso di recidiva. Bisogna, però, avere equilibrio nella reazione: comprendo che l'errare è caratteristica di ogni essere umano, ma evitiamo che questa esagerazione di toni sia la costante della nostra vita scolastica: si vanificherebbe l'azione armonizzatrice che ampiamente si è di-battuta durante questi anni. Ho avvertito questa insurrezione come un attentato alla mia opinione, come poi si è verificato: un momento di richiamo in nome della (mancata) disciplina - o del senso della disciplina, che disciplina non è? -... Il pergiungersi d'un docente totalmente alieno a quello che si sciupa in un dibattito (impari) con tentata apologia. Una mezza arringa per "ammettere" l'estraneità dalle colpe (perché sembra più che asserire la propria estraneità è come confessare una propria colpa). Il subentrare del docente di quell'ora, evidentemente imbarazzato del ritardo. Il nulla di fatto. Un incipit di richiamo, dai toni più smorzati ma sulla stessa falsariga. Tento dunque di cercare un dialogo, azzardare un'analisi di cosa fosse successo ad un professore che tutto sommato pergiunge alla conclusione del teatrino. Ma, difensiva! -Ad ognuno il suo ruolo!- Io, studente. Lei, professore... Non sapevo come continuare, cosa dire, se un "Non lo metto in dubbio..." probabilmente proseguito da un imposto silenzio di chi crede di detenere la verità, o un "Non c'entra emeritamente un cazzo!" che non avrebbe sicuramente smorzato i termini della discussione, che avrebbe causato un dibattito amplificato nella migliore delle ipotesi e una estrema arringa sulla maleducazione dei giovani d'oggi... E nemmeno avrei avuto da ridire sull'arringa, con cui concordo, "i giovani d'oggi son maleducati", ma lo viene a dire proprio a me che più che maleducazione mi caratterizza, da taluni ritenuto un difetto, una vivacità mentale che mi costringe ad esprimersi tramite la parola?... Non mi salva nemmeno l'appello all'assenza di responsabilità dei professori poiché gli studenti coinvolti (ipoteticamente) nel fatto sono tutti maggiorenni e pagano in prima persona le loro facezie. Insomma, un dibattito (? aggressione...) atto a salvare la disciplina, in cui la Destra Hegeliana che conserva ciò che reale perché necessariamente razionale, ha la meglio sulla Sinistra Hegeliana che tenta raffazzonando di instaurare il razionale nel reale ove non ci fosse. Ancora una volta, la Destra vince. Soprattutto perché l'indomani c'è la verifica in classe e personalmente non mi va di perdermi un'esercitazione... Intanto, mi preoccupo: superficiali interpretazioni del fatto causerebbero un irrigidimento degli "spazi di movimento" degli studenti: chi vuole sa anche andare di nascosto fuori al bagno e farsi i cavoli suoi; chi invece tenta di creare un momento di discussione, ZAM!, al rogo! il satanico? il polemico!

martedì 3 febbraio 2009

Allarghiamo il tutto!



Mi sento quasi represso da questo layout piccolo... Vorrà dire che tenterò di allargare il tutto... Come andrà a finire?

La città vecchia: credo dell'oppio

Penso che questo blog chiuderà i battenti fra non molto, tante le cose che ho da URLARE!
Intanto premetto che l'idea di metterci AD prima di ΔΙΩRAMA mi è venuta pensando alla locuzione Ad maiora, che si traduce pressappoco come "a cose ancor più grandi!". Una formula di augurio che posso fare a tutti quanti, chi più, chi meno. Nella connotazione inter procula, "tra i boccali", è un augurio a successi futuri nella carriera. No, il senso mio non è quello: "a cose ancor più grandi!", che il caso giri i dadi con più decenza a tutti quanti voi. Proseguo con una produzione scritta in classe.

La città vecchia: credo dell'oppio

PARADIGMI DI VITA DIASSOCIATA
SFATTORI DI PROMOZIONE D'IDENTITÀ

a chiunque con affetto
ambito: qualsivoglia


"Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia. [...]"

Dio disse: -Il centro sarà abitato dai miei gregari, i miei funzionari, i miei seguaci, i miei burocrati-.
E fu.
Dio disse: -Il circondario sarà abitato dai parassiti di questi-.
E fu.
-Ai restanti le briciole ai bordi-.
E fu...

"E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l'esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po' di vocazione."

Dio disse: -Le infanti fin da sùbito saranno abituate al mestiere, per i miei seguaci-.
E fu.

"Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.[...]"

Disse: -Chi farà illazione sia rapito dall'oppio-.
E fu.

"Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d'esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l'ombra di un sorriso tra le braccia della morte."

-E nell'oppio saranno piacevolmente illusi-

"Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie [censurata: specie di troia]
quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie. [alla tua gioia]"

-Che l'oppio si estrinsechi in più forme, e che si rivolgano ad esso con sprezzante ipocrisia-.

"Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai delapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire "micio bello e bamboccione"."

-...e non avranno il senso della misura-.

"Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano."

-Fuori di lì concentreranno la propria barbarie-.

Fu. A Dio basta una mossa, una voce per levare un Cristo dalla croce.
Dio può.
Vi chiedete ancora chi sia questo Dio. È un Dio che esiste e a cui non credo: il Dio quacchero, il Dio puritano; un Dio così intrinsecamente avverso al vizio, così intrinsecamente ligio al dovere.
Il Dio degli Inglesi ha conquistato il mondo. Ha seminato discordia e raccolto guerra. E converte tutti noi, perfino progetta e struttura "chi-vive-dove".
E non è solo un arido "abitare", bensì un più ampio condizionamento sul "vivere": il piccolo individuo sprofonda nell'immensità del suo quartiere. Che sia illuminato dai raggi del sole del "buon" Dio o meno.
Chi avrà da dissentire sull'operato del Dio sarà sedotto e poi rapito dall'oppio e da tutte le sue manifestazioni: un oppio più materiale, un oppio che può consumarsi in un atto come il sesso o il ladrocinio, un oppio più metafisico o teologico, come può essere una fede politica o religiosa, a guisa di illusione gioconda. Questio Dio, desideroso di darsi nome: capitalismo.
Uccide la fraternità, l'eguaglianza è sfatata, la libertà è soppressa. Questa piaga nelle cervella non si cura: i nostri modelli sono ricchi, patinati, carismatici; e già vediamo con occhio guardingo e circospetto chi è povero, brutto, rozzo. Troppo facilmente il pària ci risulta malvagio, dimenticandoci la sua condizione di e-marginato, di dis-eredato... Un filologo accorto noterebbe che questi due aggettivi "negativi" [per la mentalità divina] derivano da ben precisi verbi, e sono di forma passiva... I pària sono stati emarginati, sono stati diseredati dalla volontà divina. Perché allora inveire nei loro confronti e, per esempio, definirli "ladri" e mai averli visti rubare con le banche?
È inutile che vi doni una "verità", perché le verità sono dolci illusioni: sia se vi inventi un futuro utopico, come le dottrine socialiste, sia se ve lo crei dopo la morte, come fa quel diuncolo che promette la felicità, che non può niente sul materiale, che è solo sovrastruttura, überbau, del vero ed unico Dio capitalismo. Nell'attesa della fine del Dio, che - se vorrete - potrete accelerare o decelerare, l'unico mio invito è questo, e spero lo accettiate unanime: non guardate alla periferia con sdegno, ma con umana pietà, con amore, come realtà da affrontare!

"Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre FIGLI
vittime di questo mondo."



Manzoni & Porajmos

Beh, ho deciso: non prenderò niente da quella esperienza. Tanto è linkato, sarà tutto lì. Poi prima o poi qualcuno continuerà a divertircisi. Ora segue, invece, una trattazione mia su molti argomenti che è inutile vi elencherò a priori. La circostanza è un saggio su "La Storia della Colonna Infame".



Si dibatte incessantemente sul tema del rapporto tra gli obblighi dell'individuo di fronte alla legge e il concetto di "colpa" in senso morale. Quel che leggerete, per quanto possa contrariarvi, vi sia proficuo per dibattiti futuri che prescindano le righe d'un blog.
Autorevoli esponenti della letteratura italiana si sono cimentati in questo frangente. Tra il panorama di posizioni a riguardo, la più condivisibile, a mio modesto parere, è quella dello scrittore e poeta Alessandro Manzoni, tanto odiato dalla studentaglia, come tutti i genii del resto. Le implicazioni nella problematica sono plurime nei "Promessi sposi", e si discernono anche ad una lettura non impegnata.
Sono però evidentissime in un saggio molto meno conosciuto rispetto alla sua opera magna, la "Storia della colonna infame", 1840. Nelle intenzioni dell'autore doveva far parte del "Fermo e Lucia", ma resosi conto della lunghezza decide di pubblicarlo come appendice storica nella seconda edizione del romanzo.
Il saggio narra del processo a Milano durante la terribile peste del 1630 contro due presunti untori.
-21 giugno 1630, pioggia a Milano, contrada della Vetra. Caterina Rosa e Ottavia Boni si svegliano di primo mattino. La vicenda ha dell'incredibile perché ha piede proprio su un'abitudine, un'usualità sempre prevista. Le due comari affacciate alla finestra (che emulano la ben più nota "'Onna Pereta for' 'o balcone", per intenderci) scorgono un uomo, coperto da un mantello nero con il cappello calato sul viso, camminare rasente una casa strofinando la mano destra contro il muro. Un manigoldo già a prima vista. Allontanatosi, le due donne si precipitano in strada per controllare i segni che, secondo loro, l’uomo ha lasciato sul muro e vedono, o credono di vedere, delle infauste macchie gialle. È subito l'allarme. La parte unta viene immediatamente bruciata e coperta di calce. Il Capitano di giustizia, chiamato sul luogo per esaminarlo, conferma i timori della gente, scorgendo, nonostante la bruciatura e l'imbiancatura, degli evidenti segni di unto.
All’untore vengono presto dati volto e nome: Guglielmo Piazza, commissario della sanità, viene subito arrestato con l’accusa di aver sparso dell’unguento pestifero. Interrogato, l’uomo nega di essere coinvolto nell’accaduto, ma, dopo essere stato sottoposto alla tortura della corda (appeso, cioè, ad una fune con le mani legate dietro la schiena e lasciato, poi, cadere di colpo), rasato, purgato e cambiato di abiti, per il timore che potesse nascondere un amuleto in grado di proteggerlo dal dolore delle pene inflittegli, non solo confessa, ma fa anche, o meglio inventa, su promessa di impunità, il nome di un complice: Giangiacomo Mora, suo barbiere, a cui proprio pochi giorni prima dell’accaduto, aveva chiesto di mettergli da parte un vasetto di olio curativo contro la peste (probabilmente, alla luce della faccenda, oggi diremo che questo vasetto non sia mai stato messo da parte). Dopo un’attenta perquisizione della sua bottega, che la presenza di alambicchi e fornelli induce gli esaminatori a considerare una vera e propria fabbrica di veleni, il barbiere viene arrestato e interrogato e, dichiaratosi estraneo ai fatti, viene torturato.
Legatura della canapa, una matassa con la quale si avvolge una mano e che viene girata fino a slogare il polso, tanto che questi finisce per ripiegarsi sul braccio stesso. Confessa, ma poi, cessato lo strazio, ritratta; sottoposto di nuovo al supplizio, tra grida di dolore e spasimi, ammette ciò che gli esaminatori sostenevano avesse fatto. Questa scena si ripete per giorni, finché il Piazza non fa il nome di una terza persona: Don Giovanni Gaetano Padilla, nobile spagnolo denunciato come l’ideatore del crimine. Al Mora viene chiesto di confermare la responsabilità di quest’ultimo personaggio nei fatti accaduti ed egli acconsente, ormai stremato dai tormenti della tortura (il Padilla non fu mai sotto tortura e fu poi assolto in virtù del suo onorabilissimo rango).
Una sentenza del 27 luglio condanna a morte sia il Piazza che il Mora, nonostante le dubbie confessioni dei due, le continue e ripetute smentite del barbiere e l’assenza di una benché minima prova. Entrambi furono caricati su di un carro che li portò, prima, nel luogo che il Piazza aveva infettato, poi, davanti alla bottega del Mora, dove fu tagliata loro la mano destra e rotta l’ossatura; in seguito furono posti sulla ruota, i loro cadaveri bruciati e le ceneri gettate nel fiume. La casa del Mora fu demolita e al suo posto eretta una colonna, detta infame, e una lapide che recava la descrizione dei fatti accaduti, a memoria della giustizia compiuta nei confronti dei due principali imputati dell’epidemia di peste che si diffuse quell’anno a Milano.

-QUI DOVE SI APRE QUESTO SPIAZZO
SORGEVA UN TEMPO LA BOTTEGA DI BARBIERE DI
GIAN GIACOMO MORA
CHE, CON LA COMPLICITÀ DI GUGLIELMO PIAZZA COMMISSARIO DI PUBBLICA SANITÀ
E DI ALTRI SCELLERATI
NELL'INFURIARE PIÙ ATROCE DELLA PESTE
ASPERGENDO DI QUA E DI LÀ UNGUENTI MORTALI
PROCURÒ ATROCE FINE A MOLTE PERSONE.
ENTRAMBI GIUDICATI NEMICI DELLA PATRIA
IL SENATO DECRETÒ CHE
ISSATI SU UN CARRO
E DAPPRIMA MORSI CON TENAGLIE ROVENTI
E AMPUTATI DELLA MANO DESTRA
AVESSERO POI ROTTE LE OSSA CON LA RUOTA
E INTRECCIATI ALLA RUOTA FOSSERO TRASCORSE SEI ORE, SCANNATI
QUINDI INCENERITI
E PERCHÉ NULLA RESTASSE D'UOMINI COSì DELITTUOSI
STABILÌ LA CONFISCA DEI BENI
LE CENERI DISPERSE NEL FIUME.
A PERENNE MEMORIA DEI FATTI LO STESSO SENATO COMANDÒ
CHE QUESTA CASA, OFFICINA DEL DELITTO
VENISSE RASA AL SUOLO
CON DIVIETO DI MAI RICOSTRUIRLA
E CHE SI ERGESSE UNA COLONNA
DA CHIAMARSI INFAME.
GIRA AL LARGO DI QUA BUON CITTADINO
SE NON VUOI DA QUESTO TRISTE SUOLO INFAME
ESSERE CONTAMINATO. 1630 ALLE CALENDE DI AGOSTO-

Il processo è già ricostruito dall'intellettuale Pietro Verri nel 1777 nelle sue "Osservazioni sulla tortura", in cui esprime la sua contrarietà all'uso della tortura, definendo ingiusta e antistorica un modello così efferrato di giurisprudenza auspicandone l'abolizione. La dialettica è sferzante: la tortura è una crudeltà, perché se la vittima è innocente, subisce sofferenze non necessarie, mentre se colpisce un colpevole presumibile rischia di martoriare il corpo di un possibile innocente. Inoltre gli accusati rinunciano nella tortura alla loro difesa naturale istintiva, e ciò vìola la legge di natura. Prendendo però a cagione un fatto così complicato, "un grande male fatto senza ragione da uomini a uomini", per giustificare una propria tesi particolare e liquidandolo come un "avvenimento fatale e necessario", frutto dell'oscurità dei tempi e della barbarie delle istituzioni, si rischia fortemente di formare una "nozione del fatto, non solo dimezzata, ma falsa". L'ottimismo di Pietro Verri è accecato dai "troppi lumi", da una fede incontrollata nella ragione: basterà infatti riformare le leggi e le istituzioni, perché non si producano più aberrazioni del genere? "L'ignoranza in fisica può produrre degl'inconvenienti, ma non delle iniquità": credere all'efficacia delle unzioni pestifere non porta necessariamente a credere che Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora le avessero messe in opera; come pure l'essere la tortura in vigore non consegue necessariamente che ogni accusato ne dovesse soffrirne, né che tutti quelli a cui si facesse soffrire fossero sentenziati colpevoli. Verità che possono apparire sciocche per troppa evidenza, ma spesso le verità troppo evidenti, e che dovrebbero essere sottintese, sono invece dimenticate.
Dal non dimenticare le verità sottintese dipende il giudicare rettamente quell'atroce sentenza: quei giudici condannarono degli innocenti, che essi, con la più ferma persuasione dell'efficacia delle unzioni, e con una legislazione che ammetteva la tortura, potevano riconoscere innocenti. Anzi, per trovarli colpevoli, per "respingere il vero che ricompariva ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora come ora, come sempre", dovettero fare continuo esercizio di ingegno e ricorrere ad espedienti dei quali non si poteva ignorare l'iniquità. L'intento non è quello di togliere all'ignoranza o alla tortura la "parte loro" in quell'orribile fatto: ne furono una l'occasione deplorabile, e l'altra il mezzo crudele per commettere il delitto, ma non furono né gli unici fattori né i principali che portarono a quella fallace sentenza.
Sarà stata la rabbia contro pericoli oscuri che, impaziente di trovare un oggetto, afferrava quello che le veniva messo davanti? che aveva ricevuto notizia desiderata, e non voleva trovarla falsa? aveva detto: finalmente! e non voleva dire siam da capo? resa spietata da una lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di sfuggirle di mano? O il timor di mancare a un'aspettativa generale, altrettanto sicura quanto avventata, di parer meno abili se scoprivano degli innocenti, di voltare contro di sé le grida della moltitudine, col non ascoltarle? il timore forse anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire? timore di meno turpe apparenza, ma ugualmente perverso, e non meno miserabile, quando sottentra al timore, veramente nobile e veramente sapiente, di commettere un'ingiustizia?... I nostri mezzi d'indagine storica non ci permettono di sondare se quei magistrati, trovando i colpevoli di un delitto che non c'era, ma che si voleva, furono più complici o ministri di una moltitudine che, accecata, non dall'ignoranza, ma dalla malignità e dal furore, violava con quelle grida i precetti più positivi della legge di cui si vantava seguace [che la gente sia creativa era già noto: scrive Tacito: "mos vulgo quamvis falsis reum subdere", la folla inventa sempre un responsabile anche per colpe immaginarie]. I nostri mezzi, però, ci permettono ben di riconoscere la menzogna, l'abuso di potere, la violazione sia di quelle poche leggi poste a garanzia degli indagati, sia di quelle poche regole del buonsenso e della pietà umana, l'adoperare doppi pesi e doppie misure. I magistrati non solo spensero il lume per non vedere "la cosa che non piace", ma presto crearono, traducendo dal linguaggio della fantasia popolare al burocratese, "la cosa che si desidera". Dunque ben venga l’abolizione della tortura da parte della saggia e illuminata sovrana Maria Teresa d’Austria, ma leggi migliori, da sole, non ci tutelano dal male. Il fattore umano conta. L’istruttoria del processo intentato a Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza era stata affidata a Monti e Visconti, uomini di cui tutta Milano vantava l’integrità. Questo tuttavia non impedì loro di farsi "burocrati del male".
La responsabilità di questa scelleratezza non è più solvibile nell'indistinta responsabilità collettiva, bensì è precisamente attribuibile ai singoli, a quei magistrati che nella paura del dubbio, o nella precisa volontà di sedare le grida di una folla inferocita, scelgono la condanna di poveri disgraziati. Che non sia però esente dal giudizio ogni singolo individuo nella folla, che si allinea alla compattezza del pregiudizio, non interessato tanto a scoprire la verità, quanto a trovare giustificazioni per condannare un accusato della cui colpevolezza si è sicuri a priori.
Disperatamente ci chiediamo quale sia la tutela: in linea di massima affidarsi ad un rigore morale dal libero esercizio critico ed alla propria coscienza, più umana, andano a sondare e condannare quei meccanismi psicologici che rendono possibili le iniquità, quali pregiudizio, superstizione, disumana presunzione. Questo però non vi salvi dal sistema, che schiaccia le coscienze individuali e il libero pensiero "attraverso l'imposizione (coercitiva e palese, oppure occulta) di comportamenti, ideali, convinzioni": ogni uomo risponda alla propria coscienza. Il problema, però, è che chi governa è sempre più competente nell'ingegneria sociale e sa sempre più dove colpire le coscienze e destare quei sentimenti irrazionali e più facilmente dirigibili. I Monti e i Visconti di allora sono totalmente differenti dai "ministri della propaganda" di adesso: Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda del III Reich, fece poca fatica a fomentare lo "Judenhass", l'odio per gli ebrei, e già che ci siamo anche per i romanì (non sarebbe stato giusto nei confronti degli ebrei).
Il martellamento mediatico che subiamo periodicamente sulla "Shoah" (distruzione), evidente effetto dello strapotere ebraico sull'informazione, ci porta a provare sentimenti di "Judenliebe", compassione, amore per gli ebrei, condizionando le nostre scelte di vita [un amore "immotivato" è equamente dannoso ad un odio "irrazionale" e facilmente porta a falsare la storia - la creazione dello stato di Israele - e l'attualità - come l'operazione "Piompo Fuso"].
Nei lager del III Reich ci sono stati anche dissidenti politici, omosessuali, testimoni di Geova. Ci sono stati anche gli "asociali", vittime mal definite della follia nazista, tra cui vagabondi, alcolisti, ritardati mentali, prostitute, anarchici... Ciò che però più terrorizza è il non sentire mai la parola "Porajmos" (grande divoramento) da una televisione, e sono incerto sulla pronuncia, e conoscere perfettamente dove cada l'accento su "Shoah". Eppure le sofferenze patite dai romanì sono state terribili. Essi furono perseguitati, sterilizzati in massa, usati come cavie per esperimenti, ed infine destinati alle camere a gas ed ai crematori. Oltre ventimila vennero uccisi nel solo Zigeunerlager, il campo loro riservato ad Auschwitz-Birkenau, tra il febbraio 1943 e l’agosto 1944. Malgrado ciò nessuno zingaro venne chiamato a testimoniare nei processi ai gerarchi nazisti, neppure a Norimberga. Infine, quando in Germania alcuni sopravvissuti si decisero a chiedere un risarcimento, questo fu loro negato con il pretesto che le persecuzioni subite non erano motivate da ragioni razziali ma dalla loro “asocialità”... L'unica motivazione per un trattamento diverso è l'intesa politica tra gli Alleati e le organizzazioni ebraiche sioniste che di lì a poco avrebbero formato Israele. Se per la Shoah la coscienza di quel che è avvenuto è generalizzata, quella del Porajmos è semplicemente proibita. Proibita perché i Rom sono brutti, sporchi, cattivi, non si integrano, rubano, e, ovviamente, rapiscono i bambini. Basta un episodio assai dubbio, come quello di Ponticelli del 13 maggio scorso, per scatenare un vero e proprio pogrom. E un pogrom approvatissimo. Un pogrom vero e proprio, con tanto di incendio. Fuoco alimentato dalla stampa, dai media, da tutti quanti. Un pogrom sfruttato necessariamente sul piano politico, senza alcuna distinzione di "schieramenti". Molto prevedibile dalla Lega Nord, ma ha dello spaventoso se propagandato dal Partito Democratico, con un titolo così: "VIA GLI ACCAMPAMENTI ROM DA PONTICELLI!"
o con argomentazioni del genere: "Un territorio già segnato da un'illegalità diffusa e da radicate presenze criminali rischia di vedere definitivamente naufragare ogni possibilità di riqualificazione."
A giorni ci sarà la "Giornata della memoria", precisamente il 27 gennaio, in commemorazione delle vittime del nazismo e del fascismo; lo strapotere mass-mediatico ha reso questa Giornata una Yom HaShoah, "Giornata del ricordo dell'Olocausto", già celebrata dagli ebrei: è bene sì che si ricordi un genocidio, ma è dannoso per la salute della memoria storica della collettività ricordare esclusivamente questo. Intanto qualche giorno fa due cittadini italiani, romanì di etnia, lavoratori da trent'anni in Italia, sono stati aggrediti mentre prendevano un caffè: militanti di Forza Nuova distaccatisi da una manifestazione politica si sono armati di spranghe, hanno fulmineamente compiuta la "punizione" e sono fuggiti. Perché invece di insegnare ai bambini che "l'ebreo è un bravo angioletto" non si dica, invece, che "il fascista è brutto e cattivo"? Perché ricordare solo le vittime e non i carnefici? Il connubio dei sionisti con i conservatori pare evidente, se evidente ci sembra che l'etnia ebraica merita pietà e compassione, e se non più scontato ci pare che il fascismo è una terribile piaga tutta italiana, poiché non c'è mai stata un'azione di condanna pubblica come per esempio è avvenuta in Germania nei confronti del nazismo. Si rischia pure d'essere chiamati "comunisti" nel denunciare perpetuati crimini all'umanità nella sua interezza e nelle sue più piccole individualità.
"L'emarginazione deriva anche da comportamenti acquisiti da culture antichissime. Gli zingari girano il mondo da più di duemila anni, se vogliamo credere a Erodoto. Questi Rom, questo popolo libero è affetto da dromomania, cioè desiderio continuo di spostarsi. Non credo abbiano mai fatto del male a qualcuno, malgrado le strane dicerie; è vero che rubano - d'altra parte non possono rinunciare a quell'impulso primario presente nel DNA di ciascun essere umano: quello al saccheggio, di cui abbiamo avuto notizie in queste ultime amministrazioni - però non ho mai sentito dire che abbiano rubato tramite banca. Inoltre non ho mai visto una donna Rom battere un marciapiede. Girano senza portare armi; quindi se si dovesse dare un Nobel per la pace ad un popolo, quello Rom sarebbe il più indicato"
[Fabrizio De André, Presentazione di "Khorakhané (A forza di essere vento)" durante il concerto al Teatro Valli di Reggio Emilia 6/12/1997]

la & il Fine


Basta. Non ce la si può più.
Il blog lo fo da me! Autoprodotto, autoreferenziale, autarchico. Ho tentato di usare quell'host, quel CSM. Abbandono tutto. O meglio, trasposto da lì a qui. Spero che il procedimento sarà celere. Qui finisce quel percorso, e avrà un fine un altro. Identico, diverso... vedrete.

DISCLAIMER: questo blog segue le teorie di Johann Kaspar Schmidt, detto Max Stirner dagli amici. Ciò significa che non le segue nemmeno.

Dunque, cominciamo: Roberto. Il nome è germanico, significa di "chiara fama", motivo per cui mi scordo i nomi di tutti quanti, oppure non mi interesso proprio. Questo perché la persona non fa il nome, e infatti non sono di chiara fama. [ma non si contraddice?] Ma abbiate pietà, voi persone anonime, se mi dimentico i vostri nomi. Non ho la memoria per queste cose. E se vi permetterete di offendervi, vi ringrazierò: devo immaginare che se davanti a voi, per la strada, troverete una carrozza-automobile per disabili, la butterete per aria... [ma che metafora è?! non si capisce niente!]

Amabile. È latino, sapete? Significa "in grado, che può essere amato". Il cognome è di mio padre, mi piace rubargli le cose! Ma forse è una delle cose peggiori che gli ho mai rubato. [secondo me, che secondo lui sarà la migliore? mabboh] Alcuni ritengono "degno di essere amato". Io rispondo che le persone che amo sono infinitamente più degne di me.

Ora la smetto con la peregrinazione sul nome. Peregriniamo invece sullo pseudonimo, sull'alias, sull'a.k.a., sul nom de plum: ΔΙΩRAMA. Nacque anni or sono. (or-so-no, 3?)

1)Roberto Amabile=>R.A.
2)Ra, il Dio Sole nell'antico Egitto [la mitologia, soprattutto egizia, m'affascina da sempre]=>DioRA. Non ho mai avuto alcuna mania d'apoteosi, era solo mitologia.
2b)DioRA. Un anagramma di DioRA è Doria: una nave che affondò, una squadra che si fuse, un cognome da fratelli, un biscotto che non sa di niente.
3)DioRA, se c'aggiungo MA (di AMAbile) => DioRAMA. Che non è nient'altro che un modello in scala di ispirazione. Può essere un presepio, come un tavolo per trenini, un elemento scenico di un board game, un plastico per ingengeri e architetti...
4)E con un tocco di esoterismo, DIO diventa greco (ΔΙΩ) e RAMA rimane latino. Qualcuno opinerebbe che io m'atteggi a dio... come posso emulare qualcosa che non esiste?! Ridicoli.
4b)Anagrammando DIORAMA diventa ARMADIO, e allora sì che ero un armadio, grosso e grasso. Poi non so come mi sono affinato, ma invece di estendermi in larghezza ora m'estendo in lunghezza. Strana la vita.

Ora comincio l'opera.