martedì 23 agosto 2011

L'ICI e gli enti ecclesiastici italiani

Risposta a questo.

Premetto: pratico poco le leggi.


1. Sono esenti dall'imposta:
[...]
i) gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all'articolo 87, comma 1, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni*, destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all'articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222**.

*1. Sono soggetti all'imposta sul reddito delle persone giuridiche (NdR: IRES): [...] c) gli enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l'esercizio di attività commerciali[...]
**16. Agli effetti delle leggi civili si considerano comunque:
a) attività di religione o di culto quelle dirette all'esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all'educazione cristiana;
b) attività diverse da quelle di religione o di culto quelle di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura, e, in ogni caso, le attività commerciali o a scopo di lucro.


Quindi...
Sono esenti dall'ICI gli immobili utilizzati da "enti pubblici/privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che non hanno per oggetto escluivo o principale l'esercizio di attività commerciali" destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività dirette "all'esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all'educazione cristiana".


Gli immobili utilizzati da un ente 1)non società, 2)residente in Italia, 3)non principalmente commerciale, non soffrono l'Ici se destinati esclusivamente allo svolgimento di quelle attività.
Questo però è in palese contraddizione con: «2-bis. L'esenzione disposta [qui sopra], si intende applicabile alle attività indicate [qui sopra] che non abbiano esclusivamente natura commerciale.»
Sa pure un bimbo che dedicarsi esclusivamente ad un'attività e non dedicarsi esclusivamente ad un'altra attività sono due cose diverse. Ecco un disegno esemplificativo:
Se in quella lettera di quel comma si fa riferimento alle attività gialle, nel 2-bis si riferisce sia a quelle gialle che a quelle verdi.
Il 2-bis contraddice fortemente cosa c'era scritto all'inizio, ma il 2-bis pretende che quello che leggevamo prima va letto con... parole diverse! È il "non esclusivamente commerciale" che subordina le "attività esclusive" di cui sopra.
È giusto che il Commissario europeo per la concorrenza apra un'ennesima procedura di infrazione finché non si faccia chiarezza.



Tralasciando l'applicazione della norma, procedo con un discorso più ampio.
Anche se fosse un pretesto, la valutazione delle obiezioni va fatta nel merito della questione. Io sono totalmente in disaccordo a non far pagare l'ICI per gli immobili dedicati "all'esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari [NdR: proselitismo], alla catechesi, all'educazione cristiana". Sarebbe un finanziamento extra ai culti che non concepisco.
Se gli immobili fossero dedicati soprattutto ad altro, come le attività di cui sopra ("attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive"), ben venga l'esenzione, indipendentemente dal soggetto IRES (che può essere pure ecclesiastico) che li utilizza.
Inoltre andrebbe aggiunto al 2-bis, dopo "non esclusivamente" anche "non principalmente" commerciale.

Poi su altre poche cose non sono d'accordo, per esempio che la CCAR proclami incessantemente Gesù Cristo al mondo intero è parecchio discutibile.
Come è falso l'argomento a catena, per cui se tolgo gli aiuti di Stato alla CCAR devo levarli a tutte le Onlus: non è vero, li lascerei solo a chi veramente ha un'utilità sociale.
Se la CCAR inoltre è più misericordiosa delle Onlus bisogna vedere: si parla della media delle Onlus? si tratta di proporzioni o di valore assoluto? si confronta la CCAR con le Onlus espressamente dedicate alla misericordia, alla carità e alla solidarietà? Perché così la frase non ha senso.

Lascio una considerazione finale: pretendere che lo Stato sia laico non ti fa né di destra, né di sinistra. Per coerenza, però, un liberale dovrebbe essere fortemente contrario a queste esenzioni ripetute. Togliatti & co., invece, diedero ripetuta prova di fregarsene della laicità, sacrificandola per motivi tattici e strategici. [es.: link1 e link2, che inizia uguale ma poi si differenzia] Senza considerare i post-comunisti e i post-post-comunisti, e i post-post-post-...

giovedì 14 luglio 2011

Considerazioni intorno agli Statuti degli Atenei e ai princìpi di civiltà

Vi ricordate la Legge Gelmini? La riforma del sistema universitario contro la quale tantissimi studenti sono scesi in piazza per manifestare il proprio dissenso?

Ecco, quella legge impone pesanti modifiche allo statuto delle università. Cos’è questo statuto? È un super regolamento che ogni università adotta in cui vengono disciplinati l’organizzazione e il funzionamento della medesima università.

C’è tanto da confrontarsi e da discutere, ma in questa sede tralascerò di proposito gli aspetti più pratici e scottanti, soffermandomi invece su pochi princìpi e istruzioni che dovrebbero essere condivisibilissimi al giorno d’oggi ma che spesso non trovano esplicita menzione in questi documenti. Che non mi si taccia di voler nascondere i fatti operativi, critici e di necessaria modifica (perché prevista dalla legge) allo statuto, ma è indispensabile aggiornare i princìpi generale affinché essi si conformino agli attuali princìpi di civiltà.

1)È importante che ogni università pubblica faccia riferimento alla laicità delle istituzioni nello statuto: l’imparzialità rispetto a differenti coscienze, religioni e pensieri e l’autonomia dagli enti confessionali è cruciale nell’istruzione, nell’insegnamento e nella ricerca che devono essere liberi da qualsiasi subordinazione diretta o indiretta.

Per l’Università degli Studi di Firenze [prendo essa perché lì frequento] si può aggiungere la parola “laico” prima di “pluralistico” al comma 2 articolo 1 (“[L’Università] afferma il proprio carattere pluralistico, indipendente da ogni condizionamento religioso, ideologico […]”). Non suona meglio “laico, pluralistico e indipendente”?

A tal proposito mi duole ricordare cosa successe all'inaugurazione dell'anno accademico 2010-2011 (link), ma è una brutta prassi che, almeno dal 1993, va avanti in questo modo (link). Sfruttare la mailing list di Ateneo (di TUTTI: docenti, personale tecnico-amministrativo, lettori, studenti, etc.) per pubblicizzare/invitare ad un evento religioso, che si tiene in concomitanza con l’inaugurazione dell’anno accademico magari è gentile, ma è ancor più confessionale e assolutamente non laico.

2)Per pari opportunità [d’ora in avanti: P.A.], ormai, non si intende più esclusivamente la parità tra uomo e donna (in quanto uomo e in quanto donna), ma di tutti gli esseri umani che non devono essere discriminati. Vincolarsi all’esclusiva discriminazione relativa al sesso senza ampiamente sviluppare il rifiuto di qualsiasi discriminazione è in un certo senso un privilegio, in contrasto con lo stesso principio delle P.A., come se il sessismo fosse una discriminazione più grave, e.g.., dell’omofobia o dell’antisemitismo.

A un certo punto del nuovo statuto a Firenze comparirebbe, tra le finalità dell’Università, la “realizzazione delle P.A., anche di genere, in ogni aspetto della vita accademica, promuovendo azioni positive atte a rimuovere ogni discriminazione”. Apprezzo l’intento di voler segnalare che le P.A. siano “non solo di genere” (una mia interpretazione), ma è veramente poco chiaro. Si può scrivere per esteso “P.A., senza distinzione alcuna per ragioni d'età, di sesso, di orientamento sessuale, d'identità di genere, di disabilità, di origine etnica, nazionale o sociale, di coscienza, di religione, di opinione, di lingua, di censo, di ricchezza, di nascita o di altra causa o condizione, promuovendo […]”. Mai essere avidi di parole quando c’è da stabilire un principio troppo spesso calpestato.

3)Anche i vincoli quantitativi sulla rappresentanza (le quote rosa) di una sola categoria, che si ritiene a torto o a ragione discriminata, in automatico produce una discriminazione verso tutte le altre categorie: sarebbe un privilegio immeritato concesso alle donne e non, e.g., agli omosessuali o agli ebrei. Quale merito particolare avrebbero le donne rispetto a un disabile nel trattare di P.A.? Sarebbe in ogni caso assurdo uniformare la rappresentanza in modo da “farci entrare tutti”: metà uomini e metà donne; un quarto omosessuali, un quarto etero, un quarto bisex e un quarto asessuati; metà giovani e metà vecchi; etc. Inoltre non è detto che un uomo non possa essere adatto a trattare delle P.A. per le donne, e questa situazione non è malvista, come molti credono (mi viene in mente lo spot di “Se non ora, quando?” in cui il ministro delle P.A. era uomo e il ministro dell’economia donna…).

Sempre a Firenze ma penso anche da altre parti, si sta delineando un Comitato per le P.A.. Il difetto principale è che si propone di promuovere le P.A. solo tra i lavoratori, come se gli studenti non ci fossero in Università. Per questi ultimi rimarrebbe solo il Garante dei diritti, ma nonostante la professionalità di chi suole ricoprire questo incarico egli/ella si può esprimere solo “su istanza”, potrà cioè esclusivamente esprimersi su questioni poste dagli studenti (e non solo) e non può (a differenza del Comitato) promuovere, proporre e verificare senza istanza.

Altra critica legittima è l’orientamento di questo Comitato, tutto incentrato sull’”efficienza delle prestazioni” del personale, come se la garanzia delle P.A. si facesse non perché è giustizia e civiltà, ma perché dal non tutelarle ne conseguirebbe un calo prestazionale! Su questo però c’è poco spazio di manovra poiché il ministro Brunetta ha preteso questa impostazione. L’unico modo per uscirne sarebbe un Comitato parallelo che si occupi non solo di vita lavorativa, ma di vita accademica in senso più ampio possibile.

4)C’è un’ultima questione che mi pare grave e quindi mi sembra giusto segnalare. Ai miei bei tempi (cioè anni ’90/albori del 2000) ci insegnavano che le razze umane non esistono, qualcuno diceva: “la razza umana è unica”, ma se essa è unica allora è anche inutile classificarla in razza. Salvo contesti fantasy (elfi, nani, gnomi, etc.) gli esseri umani non hanno razza, e infatti gli stessi biologi (correggetemi se sbaglio) utilizzano altri termini come “specie”, “popolazione”, etc., e “razza” viene usato esclusivamente quando l’uomo stabilisce dei particolari accoppiamenti per favorire alcuni caratteri invece che altri (razze canine, equine, bovine).

Nello statuto di Firenze è scritto che il comitato P.A. garantisce “l’assenza di qualunque forma di discriminazione, relativa […] alla razza” vuol dire implicitamente affermare l’esistenza di più tipi di razze (umane)! È proprio sbagliato com’è scritto, ed è totalmente differente dallo scrivere “combattiamo il razzismo” (che esiste!) o “le discriminazioni razziali” (che esistono!), ma si parla di discriminazioni “relative” alla razza, come se queste discriminazioni avessero la scusante dell’esistenza delle razze! Il termine va abolito, per una proposta di modifica si può fare come ho proposto poco sopra (le P.A. per esteso), così da includere tutti. I giuristi potrebbero giustamente replicare che il termine “razza” è scritto nella Costituzione italiana nello stesso modo, che addirittura all’ONU si parla di discriminazioni “basate/fondate sulla razza”, il ché è ancora peggio perché se sono basate/fondate sarebbero comprensibili, o peggio ancora giustificabili. Faccio notare però a questi cittadini che questi documenti risalgono a tanti anni fa (Costituzione: ’48; Dichiarazione dell’ONU sull’eliminazione di ogni forma razziale: ’63) e sarebbe il caso di aggiornarsi, visto che la legge e il linguaggio giuridico sono sempre adatti al passato, ma spesso non reggono il correre dei tempi.

Concludo con un pensiero: c’è da rabbrividire che la formazione delle persone di una certa età si è fermata a prima di molte rivoluzioni scientifiche (tipo l’abolizione del concetto di razza), e solo chi ha dovuto studiarle perché è il proprio settore o è onesto con se stesso conosce la questione.

Sempre a vostra disposizione, non mi piacciono le osservazioni a senso unico: è meglio che se ne discuta insieme!

mercoledì 6 luglio 2011

Diritti gay=diritti umani

Nei primi di giugno si è svolto a Roma l'Europride, organizzato dal movimento di liberazione omosessuale, con la partecipazione di un milione di persone. Dal 24 giugno New York è il sesto stato statunitense in cui una coppia omosessuale ha il diritto di sposarsi. Intanto a Milano, Napoli, Rimini e altre 60 città italiane si festeggia questa decisione con tante manifestazioni partecipatissime.

I politici italiani, invece, non si sconfessano mai: Frattini (che ritengo più un ambasciatore della Santa Sede che un ministro della Repubblica) dice: "Io ho una convinzione profonda: che il matrimonio sia quello stabilito dalla nostra Costituzione e di questo ovviamente sono convinti in molti. Non parlerei quindi di un'idea di cambiamento del matrimonio. Questo credo che la nostra Costituzione e la nostra storia non lo permetterebbero".
Secondo Frattini i matrimoni gay (o unioni di fatto, come ci piace più chiamarle) non s'hanno da fare perché proibite storicamente e costituzionalmente. A parte chiedermi a quale storia si riferisca Frattini, ma l'appello alla Costituzione è veramente fuori luogo e pretestuoso, visto anche il soggetto. [Questo contro art.19 implicitamente e art.21 esplicitamente, infatti questo; oppure questo contro art.12...]

Prendiamo l'articolo della Costituzione a cui si riferisce: La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. [...]
C'è scritto che riconosce i diritti etc. fondati sul matrimonio, non che pregiudica quelli etc. non fondati sul matrimonio. Non c'è scritto che nell'eventualità di società naturali non fondate sul matrimonio (o peggio ancora: non naturali, vedi dopo) bisogna privarle di tutti i diritti. Sicuramente era intenzione dei padri costituenti di privilegiare il matrimonio rispetto ad altre formazioni sociali, ma da questo non consegue che tutte le altre formazioni sociali non debbano godere di diritti, altrimenti saremmo in contrasto con l'art.2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.

Un discorso a parte richiede, invece, l'aggettivo naturale: ciò che è naturale esiste, succede in natura; non è artificiale, non è creazione umana, è preesistente alla Costituzione. Questa è l'unico significato che possiamo dare a naturale, altrimenti sfoceremmo nelle convinzioni personali - legittime sì, ma soggettive - e pretenderemmo di farle passare per oggettive. È infatti questo il caso della chiesa cattolica apostolica romana e tutte le frange politiche asservite al pontefice, che pretendono di dettare legge anche sul dizionario e la lingua italiana.
Le unioni omosessuali non sono una degenerazione dei tempi, ma sono sempre esistite in natura (anche tra gli animali) e nella storia (anche prima dell'anno zero). Dovrebbe bastare per dare un senso a naturale, ma per chi non bastasse c'è la Corte Costituzionale, sent. 138/2010, ord. 4/2011: «Naturale» significa solamente «preesistente al diritto», e non «tra l’uomo e la donna». Inoltre "né la Costituzione né il diritto civile prevedono la capacità di avere figli come condizione per contrarre matrimonio, ovvero l’assenza di tale capacità come condizione di invalidità o causa di scioglimento del matrimonio, essendo matrimonio e filiazione istituti nettamente distinti".

[continua]

sabato 2 aprile 2011




“Questo pezzo è dedicato ad Eluana Englaro. Alle persone che con mancanza assoluta di rispetto hanno gridato, hanno sentenziato e mosso gli animi dell’ignoranza per meri scopi elettorali, invocando falsità in nome di una morale pseudo-cattolica priva di qualsiasi senso in questo caso specifico. A volte il silenzio è l’unica cosa che si vuole e si chiede al mondo.”

IL SENSO

Riesco a vedere solo il vuoto dei tuoi occhi ormai
Ma non è paura
E’ un lento scivolare via il tuo, è un’esile speranza
Ma non è paura
Un silenzio freddo e lungo diciassette anni qui
Tra queste bianche mura
Voglio il rispetto per una scelta presa da me per me
Io guscio vuoto
Voi smorfie di dissenso
Io fredda macchina
Che scivola sul tempo
E poi il silenzio
Prese il sopravvento
Il mattino arrivò urlando
Io son sempre pronto
Un istante di lucidità
Respira respira
Il petto che si gonfia
Lo scorrere del tempo
Nell’attimo di tregua il senso
E poi il silenzio
Prese il sopravvento
Il mattino arrivò urlando
Io son sempre pronto
Un istante di lucidità
Respira respira
Il petto che si gonfia
Lo scorrere del tempo
Nell’attimo di tregua il senso
Respira respira respira
Vivo qui all’inferno privo di qualsiasi dignità
E tu non hai una cura
Non sento nessun dio qui non sento nessun perdono
Solo le vostre paure
Sognavo una vita normale
Ma qui di normale c’è
Solo il ticchettio di una macchina che mi permette di respirare
Voglio il rispetto per una scelta presa da me per me
Io guscio vuoto
Voi smorfie di dissenso
Io fredda macchina
Che scivola sul tempo
E poi il silenzio
Prese il sopravvento
Il mattino arrivò urlando
Io son sempre pronto
Un istante di lucidità
Respira respira
Il petto che si gonfia
Lo scorrere del tempo
Nell’attimo di tregua il senso
E poi il silenzio
Prese il sopravvento
Il mattino arrivò urlando
Io son sempre pronto
Un istante di lucidità
Respira respira
Il petto che si gonfia
Lo scorrere del tempo
Nell’attimo di tregua il senso
Respira Respira Respira
Splendida mi saluterà
L’alba che
Non vedrò più
Io non ho mai chiesto niente
Io non ero nulla per voi ne’ così doveva essere, per sempre
Io non so chi siete voi, lupi che ringhiate sul tempo che non ho
E poi il silenzio


martedì 4 gennaio 2011

Vandali siete voi!

Da qui
La vicenda su questo blog


Finita l'escursione l'ottavo nano Pìriolo è stato prontamente riportato a valle.
Perché questi escursionisti religiosi non possono fare così? Molti sono rispettosi della montagna!
Se hanno bisogno di icone da venerare, perché non le portano con sé fin su le cime? C'è bisogno di fissare una statua di bronzo da 70 cm alle rocce millenarie?
Guardate con i vostri occhi cosa hanno fatto, pubblicate queste foto!
Roccia su cui pose la statua
Particolare della roccia
Il posizionamento della statua è stato un sacrilegio! I tre tondini dell'ancoraggio, la resina blu per il fissaggio alla base... come potrà la trachite rimediare a questo scempio? Ci vorranno migliaia di anni.
Ecco, queste persone non hanno affatto il senso della montagna, né della natura. Gli escursionisti non sono così e pretendo che ogni escursionista si dissoci da questo atto vandalico. Inoltre sono anche mediocri religiosi se hanno bisogno di una raffigurazione materiale per essere giustamente fedeli. Come vi scrisse Lando di Pietro su un crocefisso: "Et lui dovemo adorare et non questo legno". Non capisco inoltre come abbiano fatto ad ottenere l'autorizzazione dall'Ente Parco Colli.
Solidarietà al Collettivo Operasione Pirio e alla sua giusta lotta!