martedì 3 febbraio 2009

Manzoni & Porajmos

Beh, ho deciso: non prenderò niente da quella esperienza. Tanto è linkato, sarà tutto lì. Poi prima o poi qualcuno continuerà a divertircisi. Ora segue, invece, una trattazione mia su molti argomenti che è inutile vi elencherò a priori. La circostanza è un saggio su "La Storia della Colonna Infame".



Si dibatte incessantemente sul tema del rapporto tra gli obblighi dell'individuo di fronte alla legge e il concetto di "colpa" in senso morale. Quel che leggerete, per quanto possa contrariarvi, vi sia proficuo per dibattiti futuri che prescindano le righe d'un blog.
Autorevoli esponenti della letteratura italiana si sono cimentati in questo frangente. Tra il panorama di posizioni a riguardo, la più condivisibile, a mio modesto parere, è quella dello scrittore e poeta Alessandro Manzoni, tanto odiato dalla studentaglia, come tutti i genii del resto. Le implicazioni nella problematica sono plurime nei "Promessi sposi", e si discernono anche ad una lettura non impegnata.
Sono però evidentissime in un saggio molto meno conosciuto rispetto alla sua opera magna, la "Storia della colonna infame", 1840. Nelle intenzioni dell'autore doveva far parte del "Fermo e Lucia", ma resosi conto della lunghezza decide di pubblicarlo come appendice storica nella seconda edizione del romanzo.
Il saggio narra del processo a Milano durante la terribile peste del 1630 contro due presunti untori.
-21 giugno 1630, pioggia a Milano, contrada della Vetra. Caterina Rosa e Ottavia Boni si svegliano di primo mattino. La vicenda ha dell'incredibile perché ha piede proprio su un'abitudine, un'usualità sempre prevista. Le due comari affacciate alla finestra (che emulano la ben più nota "'Onna Pereta for' 'o balcone", per intenderci) scorgono un uomo, coperto da un mantello nero con il cappello calato sul viso, camminare rasente una casa strofinando la mano destra contro il muro. Un manigoldo già a prima vista. Allontanatosi, le due donne si precipitano in strada per controllare i segni che, secondo loro, l’uomo ha lasciato sul muro e vedono, o credono di vedere, delle infauste macchie gialle. È subito l'allarme. La parte unta viene immediatamente bruciata e coperta di calce. Il Capitano di giustizia, chiamato sul luogo per esaminarlo, conferma i timori della gente, scorgendo, nonostante la bruciatura e l'imbiancatura, degli evidenti segni di unto.
All’untore vengono presto dati volto e nome: Guglielmo Piazza, commissario della sanità, viene subito arrestato con l’accusa di aver sparso dell’unguento pestifero. Interrogato, l’uomo nega di essere coinvolto nell’accaduto, ma, dopo essere stato sottoposto alla tortura della corda (appeso, cioè, ad una fune con le mani legate dietro la schiena e lasciato, poi, cadere di colpo), rasato, purgato e cambiato di abiti, per il timore che potesse nascondere un amuleto in grado di proteggerlo dal dolore delle pene inflittegli, non solo confessa, ma fa anche, o meglio inventa, su promessa di impunità, il nome di un complice: Giangiacomo Mora, suo barbiere, a cui proprio pochi giorni prima dell’accaduto, aveva chiesto di mettergli da parte un vasetto di olio curativo contro la peste (probabilmente, alla luce della faccenda, oggi diremo che questo vasetto non sia mai stato messo da parte). Dopo un’attenta perquisizione della sua bottega, che la presenza di alambicchi e fornelli induce gli esaminatori a considerare una vera e propria fabbrica di veleni, il barbiere viene arrestato e interrogato e, dichiaratosi estraneo ai fatti, viene torturato.
Legatura della canapa, una matassa con la quale si avvolge una mano e che viene girata fino a slogare il polso, tanto che questi finisce per ripiegarsi sul braccio stesso. Confessa, ma poi, cessato lo strazio, ritratta; sottoposto di nuovo al supplizio, tra grida di dolore e spasimi, ammette ciò che gli esaminatori sostenevano avesse fatto. Questa scena si ripete per giorni, finché il Piazza non fa il nome di una terza persona: Don Giovanni Gaetano Padilla, nobile spagnolo denunciato come l’ideatore del crimine. Al Mora viene chiesto di confermare la responsabilità di quest’ultimo personaggio nei fatti accaduti ed egli acconsente, ormai stremato dai tormenti della tortura (il Padilla non fu mai sotto tortura e fu poi assolto in virtù del suo onorabilissimo rango).
Una sentenza del 27 luglio condanna a morte sia il Piazza che il Mora, nonostante le dubbie confessioni dei due, le continue e ripetute smentite del barbiere e l’assenza di una benché minima prova. Entrambi furono caricati su di un carro che li portò, prima, nel luogo che il Piazza aveva infettato, poi, davanti alla bottega del Mora, dove fu tagliata loro la mano destra e rotta l’ossatura; in seguito furono posti sulla ruota, i loro cadaveri bruciati e le ceneri gettate nel fiume. La casa del Mora fu demolita e al suo posto eretta una colonna, detta infame, e una lapide che recava la descrizione dei fatti accaduti, a memoria della giustizia compiuta nei confronti dei due principali imputati dell’epidemia di peste che si diffuse quell’anno a Milano.

-QUI DOVE SI APRE QUESTO SPIAZZO
SORGEVA UN TEMPO LA BOTTEGA DI BARBIERE DI
GIAN GIACOMO MORA
CHE, CON LA COMPLICITÀ DI GUGLIELMO PIAZZA COMMISSARIO DI PUBBLICA SANITÀ
E DI ALTRI SCELLERATI
NELL'INFURIARE PIÙ ATROCE DELLA PESTE
ASPERGENDO DI QUA E DI LÀ UNGUENTI MORTALI
PROCURÒ ATROCE FINE A MOLTE PERSONE.
ENTRAMBI GIUDICATI NEMICI DELLA PATRIA
IL SENATO DECRETÒ CHE
ISSATI SU UN CARRO
E DAPPRIMA MORSI CON TENAGLIE ROVENTI
E AMPUTATI DELLA MANO DESTRA
AVESSERO POI ROTTE LE OSSA CON LA RUOTA
E INTRECCIATI ALLA RUOTA FOSSERO TRASCORSE SEI ORE, SCANNATI
QUINDI INCENERITI
E PERCHÉ NULLA RESTASSE D'UOMINI COSì DELITTUOSI
STABILÌ LA CONFISCA DEI BENI
LE CENERI DISPERSE NEL FIUME.
A PERENNE MEMORIA DEI FATTI LO STESSO SENATO COMANDÒ
CHE QUESTA CASA, OFFICINA DEL DELITTO
VENISSE RASA AL SUOLO
CON DIVIETO DI MAI RICOSTRUIRLA
E CHE SI ERGESSE UNA COLONNA
DA CHIAMARSI INFAME.
GIRA AL LARGO DI QUA BUON CITTADINO
SE NON VUOI DA QUESTO TRISTE SUOLO INFAME
ESSERE CONTAMINATO. 1630 ALLE CALENDE DI AGOSTO-

Il processo è già ricostruito dall'intellettuale Pietro Verri nel 1777 nelle sue "Osservazioni sulla tortura", in cui esprime la sua contrarietà all'uso della tortura, definendo ingiusta e antistorica un modello così efferrato di giurisprudenza auspicandone l'abolizione. La dialettica è sferzante: la tortura è una crudeltà, perché se la vittima è innocente, subisce sofferenze non necessarie, mentre se colpisce un colpevole presumibile rischia di martoriare il corpo di un possibile innocente. Inoltre gli accusati rinunciano nella tortura alla loro difesa naturale istintiva, e ciò vìola la legge di natura. Prendendo però a cagione un fatto così complicato, "un grande male fatto senza ragione da uomini a uomini", per giustificare una propria tesi particolare e liquidandolo come un "avvenimento fatale e necessario", frutto dell'oscurità dei tempi e della barbarie delle istituzioni, si rischia fortemente di formare una "nozione del fatto, non solo dimezzata, ma falsa". L'ottimismo di Pietro Verri è accecato dai "troppi lumi", da una fede incontrollata nella ragione: basterà infatti riformare le leggi e le istituzioni, perché non si producano più aberrazioni del genere? "L'ignoranza in fisica può produrre degl'inconvenienti, ma non delle iniquità": credere all'efficacia delle unzioni pestifere non porta necessariamente a credere che Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora le avessero messe in opera; come pure l'essere la tortura in vigore non consegue necessariamente che ogni accusato ne dovesse soffrirne, né che tutti quelli a cui si facesse soffrire fossero sentenziati colpevoli. Verità che possono apparire sciocche per troppa evidenza, ma spesso le verità troppo evidenti, e che dovrebbero essere sottintese, sono invece dimenticate.
Dal non dimenticare le verità sottintese dipende il giudicare rettamente quell'atroce sentenza: quei giudici condannarono degli innocenti, che essi, con la più ferma persuasione dell'efficacia delle unzioni, e con una legislazione che ammetteva la tortura, potevano riconoscere innocenti. Anzi, per trovarli colpevoli, per "respingere il vero che ricompariva ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora come ora, come sempre", dovettero fare continuo esercizio di ingegno e ricorrere ad espedienti dei quali non si poteva ignorare l'iniquità. L'intento non è quello di togliere all'ignoranza o alla tortura la "parte loro" in quell'orribile fatto: ne furono una l'occasione deplorabile, e l'altra il mezzo crudele per commettere il delitto, ma non furono né gli unici fattori né i principali che portarono a quella fallace sentenza.
Sarà stata la rabbia contro pericoli oscuri che, impaziente di trovare un oggetto, afferrava quello che le veniva messo davanti? che aveva ricevuto notizia desiderata, e non voleva trovarla falsa? aveva detto: finalmente! e non voleva dire siam da capo? resa spietata da una lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di sfuggirle di mano? O il timor di mancare a un'aspettativa generale, altrettanto sicura quanto avventata, di parer meno abili se scoprivano degli innocenti, di voltare contro di sé le grida della moltitudine, col non ascoltarle? il timore forse anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire? timore di meno turpe apparenza, ma ugualmente perverso, e non meno miserabile, quando sottentra al timore, veramente nobile e veramente sapiente, di commettere un'ingiustizia?... I nostri mezzi d'indagine storica non ci permettono di sondare se quei magistrati, trovando i colpevoli di un delitto che non c'era, ma che si voleva, furono più complici o ministri di una moltitudine che, accecata, non dall'ignoranza, ma dalla malignità e dal furore, violava con quelle grida i precetti più positivi della legge di cui si vantava seguace [che la gente sia creativa era già noto: scrive Tacito: "mos vulgo quamvis falsis reum subdere", la folla inventa sempre un responsabile anche per colpe immaginarie]. I nostri mezzi, però, ci permettono ben di riconoscere la menzogna, l'abuso di potere, la violazione sia di quelle poche leggi poste a garanzia degli indagati, sia di quelle poche regole del buonsenso e della pietà umana, l'adoperare doppi pesi e doppie misure. I magistrati non solo spensero il lume per non vedere "la cosa che non piace", ma presto crearono, traducendo dal linguaggio della fantasia popolare al burocratese, "la cosa che si desidera". Dunque ben venga l’abolizione della tortura da parte della saggia e illuminata sovrana Maria Teresa d’Austria, ma leggi migliori, da sole, non ci tutelano dal male. Il fattore umano conta. L’istruttoria del processo intentato a Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza era stata affidata a Monti e Visconti, uomini di cui tutta Milano vantava l’integrità. Questo tuttavia non impedì loro di farsi "burocrati del male".
La responsabilità di questa scelleratezza non è più solvibile nell'indistinta responsabilità collettiva, bensì è precisamente attribuibile ai singoli, a quei magistrati che nella paura del dubbio, o nella precisa volontà di sedare le grida di una folla inferocita, scelgono la condanna di poveri disgraziati. Che non sia però esente dal giudizio ogni singolo individuo nella folla, che si allinea alla compattezza del pregiudizio, non interessato tanto a scoprire la verità, quanto a trovare giustificazioni per condannare un accusato della cui colpevolezza si è sicuri a priori.
Disperatamente ci chiediamo quale sia la tutela: in linea di massima affidarsi ad un rigore morale dal libero esercizio critico ed alla propria coscienza, più umana, andano a sondare e condannare quei meccanismi psicologici che rendono possibili le iniquità, quali pregiudizio, superstizione, disumana presunzione. Questo però non vi salvi dal sistema, che schiaccia le coscienze individuali e il libero pensiero "attraverso l'imposizione (coercitiva e palese, oppure occulta) di comportamenti, ideali, convinzioni": ogni uomo risponda alla propria coscienza. Il problema, però, è che chi governa è sempre più competente nell'ingegneria sociale e sa sempre più dove colpire le coscienze e destare quei sentimenti irrazionali e più facilmente dirigibili. I Monti e i Visconti di allora sono totalmente differenti dai "ministri della propaganda" di adesso: Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda del III Reich, fece poca fatica a fomentare lo "Judenhass", l'odio per gli ebrei, e già che ci siamo anche per i romanì (non sarebbe stato giusto nei confronti degli ebrei).
Il martellamento mediatico che subiamo periodicamente sulla "Shoah" (distruzione), evidente effetto dello strapotere ebraico sull'informazione, ci porta a provare sentimenti di "Judenliebe", compassione, amore per gli ebrei, condizionando le nostre scelte di vita [un amore "immotivato" è equamente dannoso ad un odio "irrazionale" e facilmente porta a falsare la storia - la creazione dello stato di Israele - e l'attualità - come l'operazione "Piompo Fuso"].
Nei lager del III Reich ci sono stati anche dissidenti politici, omosessuali, testimoni di Geova. Ci sono stati anche gli "asociali", vittime mal definite della follia nazista, tra cui vagabondi, alcolisti, ritardati mentali, prostitute, anarchici... Ciò che però più terrorizza è il non sentire mai la parola "Porajmos" (grande divoramento) da una televisione, e sono incerto sulla pronuncia, e conoscere perfettamente dove cada l'accento su "Shoah". Eppure le sofferenze patite dai romanì sono state terribili. Essi furono perseguitati, sterilizzati in massa, usati come cavie per esperimenti, ed infine destinati alle camere a gas ed ai crematori. Oltre ventimila vennero uccisi nel solo Zigeunerlager, il campo loro riservato ad Auschwitz-Birkenau, tra il febbraio 1943 e l’agosto 1944. Malgrado ciò nessuno zingaro venne chiamato a testimoniare nei processi ai gerarchi nazisti, neppure a Norimberga. Infine, quando in Germania alcuni sopravvissuti si decisero a chiedere un risarcimento, questo fu loro negato con il pretesto che le persecuzioni subite non erano motivate da ragioni razziali ma dalla loro “asocialità”... L'unica motivazione per un trattamento diverso è l'intesa politica tra gli Alleati e le organizzazioni ebraiche sioniste che di lì a poco avrebbero formato Israele. Se per la Shoah la coscienza di quel che è avvenuto è generalizzata, quella del Porajmos è semplicemente proibita. Proibita perché i Rom sono brutti, sporchi, cattivi, non si integrano, rubano, e, ovviamente, rapiscono i bambini. Basta un episodio assai dubbio, come quello di Ponticelli del 13 maggio scorso, per scatenare un vero e proprio pogrom. E un pogrom approvatissimo. Un pogrom vero e proprio, con tanto di incendio. Fuoco alimentato dalla stampa, dai media, da tutti quanti. Un pogrom sfruttato necessariamente sul piano politico, senza alcuna distinzione di "schieramenti". Molto prevedibile dalla Lega Nord, ma ha dello spaventoso se propagandato dal Partito Democratico, con un titolo così: "VIA GLI ACCAMPAMENTI ROM DA PONTICELLI!"
o con argomentazioni del genere: "Un territorio già segnato da un'illegalità diffusa e da radicate presenze criminali rischia di vedere definitivamente naufragare ogni possibilità di riqualificazione."
A giorni ci sarà la "Giornata della memoria", precisamente il 27 gennaio, in commemorazione delle vittime del nazismo e del fascismo; lo strapotere mass-mediatico ha reso questa Giornata una Yom HaShoah, "Giornata del ricordo dell'Olocausto", già celebrata dagli ebrei: è bene sì che si ricordi un genocidio, ma è dannoso per la salute della memoria storica della collettività ricordare esclusivamente questo. Intanto qualche giorno fa due cittadini italiani, romanì di etnia, lavoratori da trent'anni in Italia, sono stati aggrediti mentre prendevano un caffè: militanti di Forza Nuova distaccatisi da una manifestazione politica si sono armati di spranghe, hanno fulmineamente compiuta la "punizione" e sono fuggiti. Perché invece di insegnare ai bambini che "l'ebreo è un bravo angioletto" non si dica, invece, che "il fascista è brutto e cattivo"? Perché ricordare solo le vittime e non i carnefici? Il connubio dei sionisti con i conservatori pare evidente, se evidente ci sembra che l'etnia ebraica merita pietà e compassione, e se non più scontato ci pare che il fascismo è una terribile piaga tutta italiana, poiché non c'è mai stata un'azione di condanna pubblica come per esempio è avvenuta in Germania nei confronti del nazismo. Si rischia pure d'essere chiamati "comunisti" nel denunciare perpetuati crimini all'umanità nella sua interezza e nelle sue più piccole individualità.
"L'emarginazione deriva anche da comportamenti acquisiti da culture antichissime. Gli zingari girano il mondo da più di duemila anni, se vogliamo credere a Erodoto. Questi Rom, questo popolo libero è affetto da dromomania, cioè desiderio continuo di spostarsi. Non credo abbiano mai fatto del male a qualcuno, malgrado le strane dicerie; è vero che rubano - d'altra parte non possono rinunciare a quell'impulso primario presente nel DNA di ciascun essere umano: quello al saccheggio, di cui abbiamo avuto notizie in queste ultime amministrazioni - però non ho mai sentito dire che abbiano rubato tramite banca. Inoltre non ho mai visto una donna Rom battere un marciapiede. Girano senza portare armi; quindi se si dovesse dare un Nobel per la pace ad un popolo, quello Rom sarebbe il più indicato"
[Fabrizio De André, Presentazione di "Khorakhané (A forza di essere vento)" durante il concerto al Teatro Valli di Reggio Emilia 6/12/1997]

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