domenica 2 novembre 2014

7 operai della Thyssen come i 7 fratelli Cervi

Dice bene Saverio Tommasi che agli operai che licenziano non si picchia. Eppure è successo ancora una volta, "procedure di mobilità" per 550 lavoratori e sferzate di manganello.
Sembra passata una vita 3 anni fa. Di allora sono rimaste queste considerazioni, integrate con qualche suggerimento stilistico da alcuni compagni, ma rigettandone i tagli di contenuto.
I 7 operai di Torino hanno lottato contro un mostro più grande di loro, come i 7 fratelli Cervi nel '43: allora si chiamava "nazione", ma in realtà era "fascismo"; adesso lo chiamano "mercato", ma è "capitalismo". Uno scroscio di applausi vale più di mille parole.
Lo stesso stanno facendo i loro confratelli lavoratori, che hanno la fortuna/sfortuna di dover soffiare il vento ancora. Non lasciamoli soli.
Anche il numero, che serve a quantizzare un evento o una descrizione, spesso evoca fatti e paragoni inattesi.
[NdΔ: dati di 3 anni fa] In Italia sono 1.040.000 gli infortuni sul lavoro (una persona ogni 60), più di 20.000 invalidi. 1.080 sono i morti sul lavoro nel solo 2010, quanto i militari USA morti in Afghanistan dall'inizio del conflitto (1.368 in 10 anni).
Dove però il numero suggerisce similitudini con le guerre, nella pratica e nella morte vediamo profonde differenze. Un caduto in guerra ha molta più visibilità di un operaio caduto dall'impalcatura: il soldato che torna nel lenzuolo tricolore - con onori, medaglie e pompa magna - accende molto di più l'opinione pubblica e il dibattito politico, ma soprattutto accende la retorica di eroi, patrioti e santi immolati alla patria. La vedova del militare piange suo marito col Paese intero, ma sa che ai suoi figli qualche aiuto - benché misero - potrà darlo con la pensione di guerra ed altre agevolazioni; la vedova dell'operaio si dispera da sola e in silenzio perché non sa domani come dare ai pargoli quel tozzo di pane che manca.
I morti sul lavoro in Italia sono morti invisibili, quasi indolori. Dobbiamo fare i conti ogni giorno con questa strage eterna e silenziosa che non ricorda nessuno perché è scomodo parlarne. Non informarsi attivamente e girare lo sguardo di fronte alla tragedia ci rende complici.

7 OMICIDI BIANCHI ALLA THYSSENKRUPP 
Condanna ai terroristi in giacca e cravatta
17 aprile 2011

Ore 1:30, 6 dicembre 2007, linea 5 stabilimento ThyssenKrupp di Torino: uno spruzzo d'olio bollente in pressione prende fuoco, divampano le fiamme nell'acciaieria e travolgono 7 operai: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe De Masi. Muoiono tutti nel giro di un mese.
Ore 21:30, 15 aprile 2011: sentenza della Corte d'Assise di Torino, che condanna per omicidio volontario l'amministratore delegato della Thyssen a 16 anni e mezzo di reclusione, e per omicidio colposo aggravato i 4 dirigenti a 13 anni e mezzo e il responsabile dell'area tecnica a 10 anni e 10 mesi.
Gli avvocati della difesa, prezzolati mercenari al soldo dei padroni, sono insoddisfatti della sentenza lamentando un processo politico contro la Thyssen... Ben venga il processo politico! Contro i vassalli del Dio Profitto, schiavisti e assassini di professione per i quali la salute è un optional e lo sfruttamento un must. Una tragedia che "si poteva evitare" e che fa molto più male di quelle inevitabili; l'azienda invece ha fatto di tutto per non evitarla, violando ripetutamente tutte le norme di sicurezza sul lavoro e di prevenzione antincendio.
  1. Estintori vuoti allo scoppio della prima scintilla sulla linea 5, dove alcuni operai stavano srotolando una lastra di lamiera quando un foglio di carta oleata posto a protezione della superficie di metallo prende fuoco;
  2. mancanza di addestramento del personale o di una squadra antincendio;
  3. mancanza di un sistema automatico di spegnimento, fortemente caldeggiato dai tecnici della società di assicurazioni AXA e dai consulenti, ma continuamente posposto, in vista della dismissione, chiusura e trasferimento della linea;
  4. mancanza di qualsiasi prescrizione o specifica scritta o procedurale che indicasse come agire in caso di incendio di “grave entità” (le indicazioni generali dell’azienda consigliavano di provare a spegnere autonomamente con ogni mezzo l’incendio da parte degli operai con gli estintori prima di dare l’allarme);
  5. manutenzione insufficiente, addirittura peggiorata nell’ultimo periodo, con squadre di intervento ridotte che operavano ormai solo sulla riparazione guasti, mentre non si provvedeva più alla sostituzione dei pezzi meccanici rovinati con elementi nuovi, ma col montaggio di pezzi recuperati da altre linee o dalla stessa linea 5;
  6. nessuna interruzione dell’alimentazione elettrica alla pompa oleodinamica anche in caso di attivazione dei pulsanti di emergenza, peraltro fortemente sconsigliata dall’azienda al fine di non interrompere la produzione;
  7. malfunzionamento dei sistemi di sicurezza automatici che avrebbero dovuto segnalare la presenza di carta spuria nell’impianto; 
  8. turni massacranti (i 7 operai lavoravano già da 12 ore, quando lo stress fisico, la prontezza di riflessi e la lucidità nel prendere una decisione sono discriminanti tra la vita e la morte).
Questa sentenza è storica, farà giurisprudenza, sarà un deterrente per chi non metterà al centro della propria attività il lavoratore [NdΔ: e infatti Confindustria è riuscita a non farla passare, altrimenti avrebbe potuto "allontanare gli investimenti esteri dall’Italia e mettere a repentaglio la sopravvivenza del nostro sistema industriale", diceva Marcegaglia]. Chi deciderà di non mettere fondi per la sicurezza sarà un terrorista, forse più elegante, con giacca e cravatta e senza tritolo, ma certamente con lo stesso potenziale esplosivo. Dopo questa sentenza non esisteranno più le morti bianche, ma solo gli omicidi bianchi, quelli per cui la sicurezza è un costo eventualmente non affrontabile.
Incassiamo una vittoria che possa evitare il ripetersi di queste sciagure, che trasformi i grandi disastri in piccoli incidenti, che faccia ripartire il dibattito politico, troppo spesso dominato da un'agenda demenziale o peggio ancora dannosa per i lavoratori, dimostrandosi ancora una volta asservita alla Confindustria. Incassiamo una vittoria affinché l'Italia smetta di essere campo di sterminio dei lavoratori. Incassiamo una vittoria dalle lacrime giuste e dall'amara contentezza, consci però che non c'è nessun Aldilà che possa ripagare gli operai dell'Inferno subìto in vita, e nessun pensiero che possa restituirli alle famiglie. Rivolgiamo il più profondo cordoglio e rispetto ai familiari delle vittime, che hanno dato prova di grande senso civico, nonostante la strafottenza di un'azienda che ha tentato perfino di inquinare le prove e di negare l'evidenza.
Ci preme tantissimo comunicarvi questa vittoria perché troppo spesso queste morti non sono solo sottaciute, ma rimangono impuniti i responsabili, seppur noti. Giustizia è fatta? Vedremo, aspettiamo l'appello [NdΔ: e infatti ha ribaltato la sentenza: per com'è costruito il diritto difficilmente va a favore degli operai].
Il nostro ruolo però non si ferma alla semplice informazione. La fermezza della mobilitazione è stata decisiva per questo processo in cui, per la prima volta, ai businessmen è contestato il reato di omicidio volontario. Teniamo alta la guardia, c'è ancora tanta strada da fare e ci sono ancora i processi di Viareggio, Umbra Olii, Eternit, Cisterna Killer a Capua [NdΔ: ci ho pianto allora davanti la tv] e altri ancora.


È ancora più importante creare a monte una cultura delle regole e della sicurezza sul lavoro nella scuola e nelle università: in queste tragedie sono sempre coinvolte la compiacenza e la negligenza non solo di dirigenti d'azienda e boriosi manager, ma anche di ingegneri o consulenti chimici e fisici - magari nostri ex-compagni di studi - che calpestano il proprio codice deontologico nel modo più disumano possibile.
[NdΔ: altrimenti, come disegnò Vauro, più applausi si faranno e più bis verranno richiesti]

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