mercoledì 24 ottobre 2012

Analogie e differenze tra Mafia e CLero



IN BREVE: al Forum Nazionale contro la Mafia 2012 ci sono IN UNA SOLA PLENARIA, alle 15:00 del 25 ottobre, al Polo delle Scienze Sociali di Novoli @ FIRENZE:
1)Prof. Rocco Sciarrone, sociologo dell’Università di Torino, uno dei massimi esperti del fenomeno mafioso a livello accademico;
2)Gian Luigi Nuzzi, giornalista e scrittore di "Vaticano S.p.A.", che tratta degli scandali finanziari e politici della Chiesa Cattolica Apostolica Romana (CCAR), e "Sua Santità", che non ha causato un incidente diplomatico con la Santa Sede solo perché l’Italia ha rapporti troppo genuflessi e reverenti.
3)Ernesto Milanesi e Sebastiano Canetta, giornalisti e scrittori di "Cosa Loro - I serenissimi della Compagnia delle Opere", un libro interessantissimo su Comunione e Liberazione, a malincuore fuori stampa e quindi difficilmente reperibile;
4)Giovanni Mainetto dell'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, che farà la propria valutazione su quanto il potere della CCAR sia dis/simile da altre forme di potere, in particolare da quello mafioso.

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Fra gli ospiti di spicco?”; “Quale plenaria sceglieresti?”. No, questa volta non mi piegherò alle logiche del nome trainante, grazie al quale un evento ottiene più visibilità. Non dirò il cognome di quel procuratore aggiunto che appena viene pronunciato fa rizzare le orecchie a chi lo ascolta. Sarei ancora una volta “vittima del procuratore aggiunto” (Antonio, spero mi capirai).

Nel mondo dell’informazione si è creata questa polarizzazione insanabile per cui ci sono media generalisti che si occupano di tutto un po’ e ci sono media specialisti che si occupano di un solo argomento. È giusto che una notizia sia accessibile a tutti, ma deve essere al contempo qualificata e qualificante, deve portare il lettore una spanna più in su di prima e deve permettere agli specialisti dell’argomento di essere soddisfatti della lettura.
Il sistema-informazione, schiavo delle logiche di mercato, di audience e di appiattimento sui gusti degli elettori, rinuncia ad elevarli ed evita l’approfondimento che sul mercato è – sembra, da quanto ho capito – perdente: una disanima soddisfacente allontanerebbe – pare – la silenziosa maggioranza dei lettori medi (teniamo a mente che il lettore medio non esiste!) e avvicina solo quei pochissimi interessati che però alla prossima notizia non di proprio interesse potrebbero abbandonare il giornale.
Il finanziamento pubblico all’editoria può essere uno strumento che affranchi la stampa da queste logiche e – direttamente – favorisca la circolazione delle idee, del pensiero, della civiltà, etcetera. Non può però essere il solo strumento per combattere questo schiavismo ed è dimostrato che, se esso rimane l’unico, non risolve affatto i problemi di cui dicevo prima, ma può perfino acuirli.

LE PLENARIE DEL FORUM NAZIONALE CONTRO LA MAFIA SONO TUTTE E QUATTRO FIGLIE NOSTRE. Non possiamo discriminarle nemmeno volendolo perché sono nate pari e uguali pur nella loro diversità. Se una di queste nasce più fotogenica non vuol dire né che sia (e neppure che esista) “la migliore”.
In questa sede metterò in evidenza una plenaria un po’ timida, che fatica a presentarsi ma ha tante qualità nascoste. L’abbiamo chiamata “Ai confini della mafia” e il titolo crea curiosità ma non è esplicativo.
Spesso facciamo presto a dire ”mafia”. In origine per “mafia” si intendeva Cosa Nostra, quell’organizzazione di potere – non solo criminale – radicata in Sicilia ma con interessi internazionali, con tante adesioni all’esterno ma un’architettura e un’organizzazione rigidissime e quasi impenetrabili, dalle caratteristiche emblematiche ma talvolta sensibilmente diverse dalle altre “mafie”, come la ‘Ndrangheta, la Camorra, la Sacra Corona Unita. Ci chiederemo in questa plenaria, però, se facciamo anche l’errore opposto: si fa tardi a dire ”mafia”? Prima di tutto perché la mafia EVOLVE, e se non fosse in grado di mutare al passo con i tempi avrebbe già trovato tempo or sono la sua fine. I tempi sono cambiati molto più velocemente dello stereotipo: LA MAFIA NON È PIÙ COPPOLA E LUPARA. Ha subìto in tutti questi anni una trasformazione dettata dall’evoluzione del sistema, che a poco a poco si confacesse agli scopi di accumulo di potere, danaro, “prestigio” e consensi tra la popolazione. Le cerchie mafiose sono sempre più ampie e meno chiuse, sempre più giovani brillantiprofessionisti capaci e perfino “servitori dello Stato”, per facili vantaggi o addirittura per quieto vivere, si piegano alle volontà criminaliSenza queste solide referenze, competenze, infiltrazioni nel tessuto sociale la mafia non potrebbe sopravvivere. Esistono inoltre delle organizzazioni di potere che non condividono tutte le caratteristiche di una “mafia”, ma certamente sono molto simili in molti aspetti: organizzazione, finalità, impatto sociale, “culturale”, influenza su colletti bianchi e politica, etc. Ci chiederemo se è possibile – e oltre che grado di similitudine - chiamare “mafie” queste altre organizzazioni; ci chiederemo quanto un’associazione a delinquere si avvicini allo stampo mafioso.

Sembra una plenaria intellettualoide, difficile da capire e niente affatto estroversa. Provate però a parteciparvi e vi sorprenderete.
Questa plenaria è necessariamente interattiva e coinvolgerà le meningi del pubblico molto più di quanto vi aspettiate. È proprio l’opposto che intellettualoide, si propone invece di trovare soluzioni concrete a quel cavillo di definizione che, se sciolto, renderebbe la lotta contro la mafia più “informata e consapevole” (come abbiamo scritto nell’introduzione).
Abbiamo chiamato un importante sociologo, fra i più competenti sull’argomento, il prof. Rocco Sciarrone dell’Università degli Studi di Torino, per spiegarci come la mafia e conseguentemente lo “stampo mafioso” si siano evoluti nel tempo (anche questo abbiamo detto: se la mafia non evolvesse, a quest’ora sarebbe scomparsa).
La mafia è sempre stata simile a sé stessa? No? Allora potremmo limitarci a tempi storici precisi.
La mafia è simile a sé stessa in ogni dove? No? Allora potremmo circoscrivere luoghi particolari.
Ci sono dei caratteri generalissimi comuni a tutte le mafie di ogni tempo e ogni luogo? Se sì, potrebbero essere un'ottima partenza per definire quello “stampo mafioso”. Se però questi caratteri ci fossero solo a grandi linee, paradossalmente la mafia odierna potrebbe non rientrare nella definizione!

Allungando un po’ lo sguardo oltre la siepe della consuetudine, ci chiediamo se esistano organizzazioni di potere molto simili alle mafie che potremmo definire in modo un po’ eterodosso, eretico, “mafie”.
Quest’anno osiamo portare due esempi talmente attuali che non avremmo potuto immaginarci!

Discuteremo di Comunione e Liberazione (CL, secondo taluni Corruzione e Lottizzazione), i cui affiliati stanno ridefinendo proprio in questi giorni il record di abusi e scandali con la Cosa Pubblica. Possiamo essere bacchettoni, possiamo essere bigotti, ma a noi non piace che chi non sposa la Cosa Pubblica (perché non la ama, preferendo i particolarismi privati al bene della società), debba comunque giacerci in sodomia solo per sfogare i propri istinti e assecondare al contempo antichi precetti. Detto in modo meno carnale: gli affiliati di CL sono pericolosissimi, occupando posti nevralgici possono svendere tutto in mano ai privati amici (perché l’amicizia tra ciellini viene prima di tutto, anche prima degli interessi della collettività) in nome di una non del tutto chiara e mai dimostrata “efficienza”.
Attualmente la gestione dei beni in mano alle istituzioni pubbliche è, salvo le non comuni perle da valorizzare, disastrata da rapporti clientelari e compromessi. Bisogna rilanciare la necessità di un’amministrazione e di una gestione dei beni comuni in modo altrettanto comune, così che i cittadini possano esprimersi direttamente, elaborare e intraprendere autonomamente la politica sulle risorse (fisiche e non) e non delegarla a soggetti terzi che poi a loro volta sceglieranno chi se ne occuperà.
La scelta di CL in questo campo, invece, è antisociale e va contro l’art. 41 della Costituzione: lo scopo, dichiarato tra le righe e nascosto tra le belle parole come “privato sociale”, “non profit”, “sussidiarietà”, è crudo: rubare denaro pubblico. Hanno o no la faccia come il CuLo?

Parleremo anche più in generale della Chiesa Cattolica Apostolica Romana (CCAR), indubbia organizzazione di potere (tralasciamo i peones), dedita ad attività talvolta poco trasparenti se non losche. Questo di per sé non è sufficiente a dire che sia una mafia; analizzeremo quindi analogie e divergenze tra CCAR e mafie.
Quei loschi progetti in Vaticano non sono più una vulgata anticlericale: il sapore di quei documenti sottomano - scannerizzati e pubblicati in un libro – è diverso anche a chi fosse estremamente convinto delle ipotesi di quella vulgata. C’è di più: se il maggiordomo Paolo Gabriele, Corvo nel Vaticano, ha trafugato le carte di Ratzinger “per esclusivo amore, viscerale direi, (sic) per la Chiesa di Cristo e per il suo Capo visibile”, se persino chi ama visceralmente la CCAR avverte l’esigenza di scoperchiare questo genere di vasi di Pandora, allora vorrà dire che davvero c'era da incazzarsi e c'è da incazzarsi tuttora per le malefatte d’Oltretevere.
Il cardinale Marcinkus insegnava che “non si può governare la Chiesa con le avemmaria”. Governarla però con lo “sterco del diavolo” per l’accumulo di altro “sterco”, di potere, e di consensi, contro i diritti sociali e civili, potrebbe forse essere un tantino oltre le finalità per cui si è costituita... o sbaglio?

E ora, per finire, faccio una dedica, un pensierino, una sciocchezzuola, 'na fesseria ai due amici Ernesto e Sebastiano: il documento "Mafia vs CL": ALLEGATO. Fatemi sapere che ve ne pare!

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