giovedì 5 febbraio 2009

Quello che non ho è quel che non mi manca!

Ovvero: l'aver da invidiare poeti non significa non essere tali.

Ebbene, il rispettabilissimo signor Gian Luigi Beccaria ritiene che "De André ci ha dato sì testi memorabili, però non sono, alla sola lettura, più grandi di quelli di Saba, di Montale o di Sereni. Soltanto con la musica e il canto raggiungono la loro alta efficacia. Al punto che, anche le più logore parole, le stesse conclusive della famosa "Canzone di Marinella" sono riscattate e trasfigurate dalla voce che le canta".
Muoverò critiche parallele al Beccaria.
1)Per quanto io odii nel profondo le classificazioni, esse sono necessarie per la nostra attuale cultura, ramificata, cioé che si sviluppa verso l'alto di fusto in ramo in arbusto. Una schematizzazione che si basi sul superamento in particolari proprietà le produzioni precedenti non è quella adottata per tutti i poeti, altrimenti avremmo paradossalmente un poeta, il migliore, che occupi tutti i testi di poesia. Il resto dei componimenti saranno accantonati e considerati mere composizioni in versi...
Il principio di autorità, che ci intimoriva nell'esercitare il potere della ragione, è stato superato da Cartesio e da Hobbes nella filosofia, e dalla riforma protestante nella teologia, ed è stato definitivamente abbandonato dai due movimenti a cui dobbiamo rendere omaggio per aver distrutto l'Ipse dixit che ci pendeva addosso come spada di Damocle, Rinascimento e Illuminismo. "Ma De André non è Montale" diventa, con un arguto gioco di parole, "Ma Montale non è D'Annunzio", oppure di peggio, "Ma nessuno è Dante", e volendo esulare dalla nostra lingua, "Chi mai meglio di Omero?", che tra l'altro non pochi lo ritengono un personaggio inventato. Reputo non saggio affidare tutta la definizione - o meglio - la "definizzazione" di poesia ad una singola persona, probabilmente fittizia.
2)Raggiungere la più alta efficacia non significa non averne affatto alla sola lettura. L'esempio del Beccaria non è dei migliori, ma ciò denota una scarsa conoscenza del cantautore. "La canzone di Marinella" sembra una fiaba in confronto al “Cantico dei drogati”, a “Dolcenera”, a “Coda di lupo” o “Amico fragile”: canzoni ricche di pathos poetico anche se esclusivamente recitate come la più comune, e sublime, poesia. Gli arrangiamenti musicali nelle produzioni di Fabrizio De André danno spessore alla poetica, e alcuni versi possono essere adatti, o adattati, anche alla sola recitazione, né cantati, né suonati. Sarebbe un po' come censurarli, è vero, ma molte cose sui testi di De André si capiscono anche leggendoli nel silenzio, rileggendoli, quasi parafrasandoli, e domunentandosi, e questo è il trattamento che si riserva alle poesie. Chi mai penserebbe che Marinella [de "La Canzone di Marinella"], è un personaggio storico, e non fittizio, una ragazza delle parti di Asti che a sedici anni ha perduto i genitori, è stata cacciata dagli zii e si è messa a battere lungo le sponde del Tanaro, e un giorno ha trovato uno che le ha portato via la borsetta dal braccio e l'ha buttata, non prima di massacrarla, e poi di violentarla, nel fiume? E Fabrizio De André, con sensibilità poetica, non potendo fare niente per restutuirle la vita, ha cercato di cambiarle la morte.
3)E per chi non crede finché non sente, vi farò leggere i versi del "Cantico dei drogati", una delle canzoni più emblematiche di tutta la produzione deandreiana, una delle storie di emarginati, ribelli, prostitute, persone insomma ai margini della società, uno degli elogi ai vinti con cui Faber si è sempre schierato in quarant'anni di carriera musicale.


Ho licenziato Dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell'anima e nel cuore.

Le parole che dico
non han più forma né accento
si trasformano i suoni
in un sordo lamento.

Mentre fra gli altri nudi
io striscio verso un fuoco
che illumina i fantasmi
di questo osceno giuoco.

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Chi mi riparlerà
di domani luminosi
dove i muti canteranno
e taceranno i noiosi

quando riascolterò
il vento tra le foglie
sussurrare i silenzi
che la sera raccoglie.

Io che non vedo più
che folletti di vetro
che mi spiano davanti
che mi ridono dietro.

Come potrò dire la mia madre che ho paura?

Perché non hanno fatto
delle grandi pattumiere
per i giorni già usati
per queste ed altre sere.

E chi, chi sarà mai
il buttafuori del sole
chi lo spinge ogni giorno
sulla scena alle prime ore.

E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Quando scadrà l'affitto
di questo corpo idiota
allora avrò il mio premio
come una buona nota.

Mi citeran di monito
a chi crede sia bello
giocherellare a palla
con il proprio cervello.

Cercando di lanciarlo
oltre il confine stabilito
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell'infinito.

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Tu che m'ascolti insegnami
un alfabeto che sia
differente da quello
della mia vigliaccheria!

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